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***AVVISO! Questa recensione è più pesante di una peperonata con le cozze ***
Consiglio questo libro, e la serie omonima che ne è stata tratta, a chiunque abbia voglia di cimentarsi in una lettura e/o visione non semplice (il libro è in Inglese, anzi, in Americano, pieno di slang, dati tecnici, s ... (continue)
***AVVISO! Questa recensione è più pesante di una peperonata con le cozze ***
Consiglio questo libro, e la serie omonima che ne è stata tratta, a chiunque abbia voglia di cimentarsi in una lettura e/o visione non semplice (il libro è in Inglese, anzi, in Americano, pieno di slang, dati tecnici, sigle e linguaggio codificato) ma di sicuro interessante, coinvolgente e diversa sulla guerra in Iraq.
Diversa perché i fatti raccontati dalla penna dell’autore, Evan Wright, giornalista del Rolling Stones, vengono presentati non tanto dal suo punto di vista quanto da quello dei protagonisti di quella guerra: i Marines del Primo Battaglione di ricognizione, con i quali vivrà in prima linea, e non solo in senso metaforico, i primi 21 giorni della guerra in Iraq.
Evan Wright, dicevo, entra come reporter “interno” (embedded è il termine tecnico) nella prima fase della guerra in Iraq e viene assegnato al team 2-1 alpha del secondo plotone della compagnia di Bravo (coraggio, se ce l’ho fatta io ce la possono fare tutti). Si tratta dei famosi Recon Marines, corpo dei Marines da Ricognizione, che raccoglie un’elite di uomini addestrati a “muoversi, osservare, infiltrarsi, cacciare e uccidere in ogni condizione atmosferica e ambientale”; eccellono in qualsiasi specialità, dal lancio con il paracadute allo scuba diving e vengono sottoposti ad un durissimo allenamento per testare la loro resistenza fisica e psicologica nei casi più estremi, compresi gli interrogatori e i campi di prigionia.
L’unica cosa per cui non sono addestrati è muoversi in convoglio e combattere su humvee (obsoleti veicoli da ricognizione a trazione integrale) e fare azioni di attacco frontale contro le linee nemiche. Questa invece è l’unica cosa che si troverà a fare il Primo Battaglione di ricognizione.
Wright chiede e ottiene di essere assegnato al veicolo del Sergente Colbert, leader del Team 1 – quello che sta davanti a tutti - e per 21 giorni divide l’angusto spazio del mezzo con Colbert e i suoi tre uomini (età media dei tre “uomini” = 22 anni) partecipando in “pole position” a tutte le missioni, anche le più assurde e rischiose, condividendo in tutto e per tutto la vita dei marines.
Sia nel libro che nella serie TV, la presenza di Wright è quasi inconsistente. È spesso una figura in secondo piano che ascolta, fotografa e prende nota. Parla poco, accetta senza prendersela le prese in giro più o meno bonarie dei marines e si adatta a condizioni di vita estreme senza lamentarsi. Si conquista presto la fiducia di tutti, al punto che i Marines non si faranno problemi a parlare liberamente davanti a lui di ciò che pensano veramente.
Il risultato, oltre che ad un libro che descrive una guerra gestita malissimo, soprattutto dagli ufficiali, dove le perdite di civili sono enormi e dove la caduta di Saddam porta sì alla liberazione ma anche al caos, è sopratutto un libro che cerca di raccontare chi sono veramente gli uomini che la guerra l’hanno combattuta in prima linea.
Generation Kill non ha come obbiettivo farci amare o odiare i marines o farci giustificare o condannare la guerra, quanto abbattere le generalizzazione e offrire a noi lettori materia prima per andare più in profondità e vedere le cose da tutt’altra prospettiva, non dall’esterno ma dall’interno.
Il grande pregio, a mio parere, è la rottura degli stereotipi di tanto cinema, televisione ma anche letteratura e cronaca che vogliono i marines come branco di zoticoni violenti ed esalati e/o un gruppo di elevati idealisti pronti a sacrificare le loro vite in nome della libertà. Certo, ci sono anche lì i fanatici e gli idealisti, ma fanatismo e idealismo sono solo una parte, quella più esposta, di ciò che sono realmente.
What unites them is an almost reckless desire to test themselves in the most extreme circumstances. In many respects the life they have chosen is a complete rejection of the hyped, consumerist American dream as it is dished out in reality TV shows and pop-song lyrics. They’ve chosen ascet¬icism over consumption. Instead of celebrating their individualism, they’ve subjugated theirs to the collective will of an institution. Their highest as¬piration is self-sacrifice over self-preservation.
[Evan Wright – Generation Kill]
I marines sono in primo luogo uomini, estremamente diversi fra loro ma addestrati ad agire come un’unità. Ognuno ha le sue motivazioni, le sue idee e i suoi ideali, a volte anche contraddittori, il suo modo di vedere e vivere la guerra, di obbedire o subire gli ordini, le sue certezze e le sue crisi, la sua esperienza e la sua cultura. Ognuno è pronto a sacrificare tutto ciò per la collettività. Ma tanto più l’omologazione forzata si fa necessaria per sopravvivere (questo si vede soprattutto nella serie TV dove è veramente difficile distinguere i personaggi fra di loro, sopratutto quando indossano le tute MOPP) e lo spirito di gruppo diventa la forza motrice, quanto più ognuno di loro tenta di conservare quello che può, quello che è più o meno lecitamente permesso senza compromettere la funzionalità del gioco di squadra, della propria individualità.
Anche qui devo fare ancora riferimento alla serie TV dove ognuno dei personaggi (gli attori sono stati scelti in base alla loro somiglianza fisica ma anche “emotiva” con i veri marines) ha un modo tutto suo di parlare, che non è solo accento o slang.
Credo che uno dei momenti più belli sia quando Wright descrive le motivazioni che hanno spinto alcuni degli uomini a diventare Marines da Ricognizione.
Non potrebbero essere più diverse: dal pragmatismo del capitano Patterson all’idealismo del tenente Fick, dalla filosofia per il Sergente Colbert alla religione per il Caporale Baptista, dalla sfida con i proprio limiti per il Sergente Reyes alla sfida con i limiti del mondo per il Sergente Espera. Solo per citarne alcuni.
Unico denominatore comune: una fede incrollabile in un'istituzione, il Corpo, e in una missione.
E quando queste motivazioni vengono meno, quando la coscienza, la morale, la ragione cominciano a spingere troppo al punto di mettere in discussione se non disobbedire gli ordini, lì sì che arriva la parte difficile. Non è uccidere, non è buttarsi a capofitto in una missione suicida, nemmeno morire ma è la presa di coscienza di non essere più in grado di accettare, condividere e giustificare ciò in cui si era incrollabilmente e ciecamente creduto.
Leggendo recensioni qua e là, sono rimasta colpita da una cosa: Generation Kill, che pure non è un libro conciliante verso le operazioni dei marines e, soprattutto, verso chi queste operazioni le aveva comandate, ha ricevuto critiche positive, addirittura lusinghiere, da ogni parte politica e sociale, pacifista e militare.
Forse perché smuove le coscienze, forse perché è brutalmente onesto, forse perché, per la prima volta, strappa il velo che avvolge il corpo dei Marines di mistero e di mito e di luoghi comun per fare luce sugli uomini che stanno dietro e sul legame profondo che li unisce.
Come dicevo ad un caro Amico, leggendo Generation Kill ho iniziato a capire - non dico a condividere ma almeno a capire - ciò che fa degli Americani quello che sono.
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