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Cover of Orgoglio e pregiudizio e zombie
Cover of Conan
  • 8 people find this helpful

    C'era una volta una città in quell'isola laggiù...

    L'ultima genialata dei signori della guerra del futuro sarà utilizzare dei campi magnetici per mettere in ginocchio le città nemiche annullando il cuore principale del mondo moderno, l'elettricità. Ma sarà ultima nel vero senso della parola, perché queste bombe magnetiche andranno a disturbare il no ... (continue)

    L'ultima genialata dei signori della guerra del futuro sarà utilizzare dei campi magnetici per mettere in ginocchio le città nemiche annullando il cuore principale del mondo moderno, l'elettricità. Ma sarà ultima nel vero senso della parola, perché queste bombe magnetiche andranno a disturbare il normale equilibrio della Terra causando il cambiamento dell'asse terrestre, con la conseguenza di sciogliere i ghiacci e causando Tsunami e cambiamenti di maree (da qui il vero titolo del romanzo "The Incredible Tide") che distruggeranno e sommergeranno la terra. Conan, adolescente dalle capacità fisiche sorprendenti sopravvissuto su un Isola deserta per cinque anni, diventerà una pedina fondamentale nell'epoca del Cambiamento. Ma è anche sopravvissuta la città di Industria, unico avamposto con fabbriche semiattive dove sono al potere quelle stesse persone che hanno condannato il pianeta e che cercano di impossessarsi dell'unico nucleo umano che sta cercando di rinascere in modo sereno e a contatto con la natura, l'isola di High Harbor, dove Lanna cerca di darsi da fare con la sua telepatia, mentre sembra scomparso il Maestro, unico uomo in grado di avere le conoscenze scientifiche per non rischiare di tornare all'età della pietra. C'è ancora speranza per l'umanità?

    Da questa idea di base, nacque l'ispirazione a Hayao Miyazaki per il suo capolavoro, la serie animata "Conan, il ragazzo del futuro", conosciuta con ogni probabilità anche dagli asceti. Ma le analogie finiscono qui, perché questo romanzo ha dato sì la scintilla per una creazione epocale, ma per quanto il titolo italiano cerchi d'ingannare, il romanzo suddetto è totalmente differente dalla serie animata, purtroppo in negativo. Prima di tutto, Conan e Lanna si conoscevano. Sono stati separati dalla catastrofe. Inoltre, laddove Conan, che pur possiede una forza fisica molto fuori dal comune non è così straordinario, è Lanna che nella serie animata non aveva tali elevate capacità mentali come nel romanzo.
    Quando spesso si fanno esempi sulla sospensione dell'incredulità, c'è tra questi che nel genere fantastico è assolutamente normale che ci sia il punto di vista di un uccello. Ecco, in questo libro gli uccelli hanno praticamente intelligenza umana o quasi, Conan dopo 5 anni sull'isola ormai chiama i gabbiani per nome e loro gli vanno incontro, ma anche Lanna possiede una sua sterna che addirittura funge da postino e oltre.

    Un punto a favore della storia è che ci sono tanti piccoli fallimenti, niente riesce subito in modo infallibile e nonostante qualche potere, come la super forza di Conan, o la telepatia e addirittura la trasmigrazione dello spirito di Lanna, non è detto che quello che si sta facendo sia utile o che riesca.
    Fa un po' storcere il naso invece, la voce guida che talvolta sentono alcuni personaggi. E' un elemento mistico interessante, se preso sotto l'aspetto del "terzo orecchio" che l'uomo moderno ha reso sordo. Purtroppo invece il concetto sfocia in un qualcosa di religioso perché questa voce viene associata a Dio, concetto che stride molto nella storia, che di questa tematica proprio non ne sentiva il bisogno nella esasperante retorica di fondo del romanzo, fatta ovviamente di accuse contro il potere, il militarismo, la tecnologia usata male, mentre è invece un chiaro inno all'ecologia e alla riscoperta dei valori semplici, elementi chiave che hanno ovviamente toccato la sensibilità del regista giapponese, che in questi elementi ci sguazza da sempre.

    Dopo un inizio interessante e ricco di eventi, oltre all'inaspettato cambio di prospettive dando a Lanna la figura di vera e propria coprotagonista, il romanzo però, proprio nel momento in cui ci si aspetterebbe il meglio, si ancora (termine non scelto a caso). Dal momento della fuga da Industria in poi, l'azione resterà sempre e costantemente in mare da metà romanzo fino alla fine. Una lunghissima ed estenuante traversata oceanica che quasi riporta alla mente le avventure di Gordon Pym, piena di imprevisti, ma che alla lunga non risulta avvincente proprio perché non accade altro che quello mentre l'agognata meta dovrebbe avvicinarsi, si nota che il romanzo sta per finire.
    Sì perché il finale, semplicemente, non c'è. La cosa più assurda è che dopo tanto trepidare, dopo aver fatto capire che Lanna e Conan potessero incontrarsi di nuovo e addirittura mettersi insieme perché ormai cresciuti, il sadico autore fa succedere qualcosa che interrompe la corsa per abbracciarsi. Dopo tante peripezie, si arriva a una conclusione volutamente tronca, per lasciare tutto in mano a una sola parola: speranza.

    <<C'è la speranza che d'ora in poi un futuro avremo noi... Dai Conan!>>

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    Posted on Nov 29, 2009 | Add your feedback

Cover of Nel cuore della notte
  • 11 people find this helpful

    Luca era fey

    Meredith, dopo essere diventata esperta (vedi episodio precedente) di deep throat blowjob, in questa ultima avventura non solo mostra orgogliosamente la sua ormai rinomata esperienza in suddetta arte orale, ma la nostra si specializza in single-hole double penetration gangbang. Non si ... (continue)

    Meredith, dopo essere diventata esperta (vedi episodio precedente) di deep throat blowjob, in questa ultima avventura non solo mostra orgogliosamente la sua ormai rinomata esperienza in suddetta arte orale, ma la nostra si specializza in single-hole double penetration gangbang. Non si era mai capito chiaramente negli episodi precedenti, se il suo intendere di dividere il letto con più partner sottintendesse tale pratica, ma certamente in questo episodio è palesato tale atto in quello che si può ben definire l'episodio con le migliori scene hard delle attuali quattro uscite. Infatti, nonostante questa volta stranamente Meredith si faccia desiderare per quasi 200 pagine prima di darsi al primo rapporto e nonostante questo sia certamente il romanzo con meno copule in quanto a numerosità, queste sono però di impatto maggiore rispetto al solito e quindi descritte in modo più vivacemente erotico, anche se il termine erotico rimane solamente perché non si usano parolacce, dato che di erotismo c'è poco ed è sostanzialmente un vero e proprio porno. Porno-fantasy più che mai, visto che ormai è assicurato al 100% che quando Meredith fa sesso, accadrà qualcosa di sensazionale a qualcuno o a qualcosa... o anche a sé stessa.

    Questo episodio è quello decisivo per mostrare il cambio d'impostazione rispetto alla saga di Anita Blake, infatti è ormai più che chiaro che non si intende utilizzare la formula a episodi fondamentalmente separati come per la Sterminatrice, ma una trama che si sussegue in veri e proprio capitoloni, rappresentati dal romanzo in sé. In questo caso infatti, il racconto parte esattamente da dove si interruppe il precedente e termina con un taglio ancora più netto che infastidirà i lettori che dovranno attendere un anno intero per sapere come finirà questa mini-trilogia iniziata con il precedente e che terminerà con A Mistral's Kiss, per poi portare a più gratificanti risvolti.
    Sì perché sono tanti piccoli dettagli che vengono a galla ed è senza dubbio interessante visto all'interno dell'opera completa, ma in questo romanzo fondamentalmente non accade niente di così inaspettato che non fosse già stato sussurrato nel precedente. Abbiamo un sithen più vivo che mai che sembra tornato agli antichi fasti; abbiamo la figura della Dea la quale si manifesta fin troppo spesso, al punto da rivelare un po' troppa della sua "umanità" risultando assai poco interessante; viene anche velocemente accennato che il vischio sarebbe lo sperma degli Dei, per poi cambiare velocemente il discorso, ma probabilmente tornerà elemento chiave in futuro, visto anche l'interessante personaggio che lo produce.

    Qualche argomento della tradizione Faerie viene fornito grazie alla presenza di umani nella storia, come per esempio sfatando il mito secondo cui gli oggetti sacri possano infastidire dei fey, suggerendo invece la simpatica trovata di indossare i vestiti al contrario (fornendo anche una sensata spiegazione). Poi viene spiegata la "simpatica" figura del bogart, fondamentalmente un brownie che entra in modalità berserk, scatenando la sua ira tramite furia telepatica. Infine, guardie sempre più stupite di Meredith, la acclamano nei più svariati modi, chi arriva a definirla come incarnazione della Dea Danu, chi con una parola sigilla il proprio destino a quello della principessa, nominandola ameraudur, cioè "capo di guerra scelto per amore e non per discendenza", il che sott'intende che chi riconosce tale titolo ha l'obbligo di sacrificare la propria vita per proteggerla.

    L'immortalità dei sidhe è ormai talmente tanto spesso messa in discussione che nemmeno c'è più da considerarli immortali, tanto esce fuori sempre qualcosa (dalla magia al semplice ferro freddo) capace di accopparli in men che non si dica. Che all'interno dell'ormai numerosissima folla di pretendenti (tra cui si aggregheranno anche... vedrete... tanto per aumentare la morbosità erotica del prossimo episodio suppongo) che si tromba Meredith ci siano delle pedine potenzialmente sacrificabili in un futuro imminente è praticamente una certezza. Ci sono scene d'azione, fondamentalmente una, ma il romanzo ruota maggiormente intorno ai casuali risvolti del post-coito di Meredith che mettono costantemente in difficoltà le sue guardie a livelli non solo fisici ma anche psicologici: in questo romanzo accadrà una cosa che certamente non si si sarebbe mai aspettato da una guardia, da uno Corvo della regina...
    La regina, già. Come già accaduto nel romanzo precedente, è nuovamente Andais a salvare baracca e burattini e con la solo sua presenza riesce a dare linfa a un romanzo altrimenti davvero sottotono. La scena del "tribunale" è quindi certamente la cosa più bella che offre questo romanzo, il quale purtroppo latita delle sempre interessanti digressioni politiche, unico elemento in grado di mettere in evidenza la figura di Meredith, che invece sprofonda in una compiaciuta debolezza d'animo e costante desiderio di piangere e farsi coccolare dalle sue guardie più fidate. Onestamente, si comincia a mettere in discussione l'eventuale dignità di Meredith di sedere su un trono che la grandissima Andais, regina dell'Aria e delle Tenebre, tolto qualche suo piccolo capriccio, governa più che degnamente con mano di ferro dove è necessaria, cosa che Meredith pare non sia in grado di fare.

    Un capitolo di passaggio in attesa di colpi di scena non meno che clamorosi, che siano in grado di far decollare una saga che tende allo stantio della routine di sesso e imboscate.

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    Posted on Nov 23, 2009 | 1 feedback

Cover of Werewolf
  • 32 people find this helpful

    Mi chiamo Lupo Mannaro. Indovinate cosa sono? Un Lupo Mannaro!

    Doveva succedere prima o poi: l'inattaccabile Francesca Angelinelli stavolta l'ha fatta un po' fuori dal vasino.

    Già dalla scelta di una copertina poco ispirata (di Francesca Resta, la stessa della meravigliosa copertina di Valaeria, precedente e splendido lavoro dell'autrice) si capiva che qu ... (continue)

    Doveva succedere prima o poi: l'inattaccabile Francesca Angelinelli stavolta l'ha fatta un po' fuori dal vasino.

    Già dalla scelta di una copertina poco ispirata (di Francesca Resta, la stessa della meravigliosa copertina di Valaeria, precedente e splendido lavoro dell'autrice) si capiva che qualcosa non andava stavolta. Sembra una frivola considerazione, ma leggendo Werewolf viene da pensare a come anche la copertina sia stata un'occasione mancata in quanto c'erano tutti i propositi per evitare il cliché di un banale lupo in copertina, che ricorda una qualche locandina da b-movies anni '50. Capendo di cosa tratta il romanzo si capirà perché.

    Ma veniamo al romanzo. Che sia ambientato nell'Inghilterra del XIX secolo lo si evince esclusivamente dalla sinossi, nel romanzo non c'è alcun riferimento storico, geografico o temporale; anche se certamente che la trama si svolga nei secoli scorsi, si capisce benissimo dalla claustrofobica ambientazione fatta di carrozze e un'antica villa illuminata dalle candele.

    La protagonista è Kateleen, una ragazza frettolosa, curiosa e sostanzialmente rompiscatole che si deve recare nella magione del suo unico parente (acquisito, elemento fondamentale) rimastole per assistere alla lettura del testamento del defunto padre adottivo. Kateleen (per gli amici Kate) non riesce nell'intento di essere un personaggio che rimane a dispetto delle sue sagge uscite, sempre giustissime. Nonostante sia la protagonista della vicenda infatti, risulta più che altro la telecamera dell'evento che, anche se mescola le carte in gioco grazie alla sua presenza, lo fa in modo da rivelare l'artificio narrativo, nulla accade se non lo provoca lei, anche al costo di incorrere in incongruenze: all'inizio del romanzo è terrorizzata anche solo da un ululato in lontananza mentre è nel letto, mentre poi rimane quasi impassibile osservando una mutazione mannara. Per il resto Kate fa solo due cose: ogni due paragrafi ha paura che il cuore le si fermi, nei restanti mette la mano sul petto e chiude gli occhi. Gesti ripetuti in continuazione

    Ma c'è anche un co-protagonista, Jonathan (gli amici possono spostare l'h e chiamarlo John). E' un maschio e questo già dice tutto, quindi inutile soffermarsi nel descrivere il tedio e la noia che porta con sè in quanto tale. E' invece divertente osservare come il titolo del romanzo non sia una "inglesata", ma prenda il nome dal cognome del co-protagonista, John Werewolf. Ma prima apriamo una parentesi. Si stenta a credere che l'autrice abbia davvero fatto ruotare la vicenda attorno alla questione se John sia o meno un licantropo: è una cosa talmente ovvia per il lettore che ha dell'imbarazzante; come nascondersi dietro un telo trasparente e poi spuntare fuori aspettandosi lo stupore del pubblico. Solo una persona che ha vissuto fuori dal mondo e legge un libro sui lupi mannari per la prima volta potrebbe meravigliarsene. Ora, appurato il fatto che il romanzo non nasconde assolutamente alcun altro "mistero" se non la "incredibile rivelazione" che Kate (e solo lei) scopre nelle ultime pagine, la domanda sorge spontanea: ma come diavolo è venuto in mente all'autrice di dare come cognome al protagonista "Werewolf" (traduzione: lupo mannaro)? Allora nel prossimo romanzo di vampiri magari chiamiamo il protagonista Mr. Vampire, oppure una bella storia di fantasmi con protagonista Mr. Ghost... ovviamente con la "incredibile rivelazione" finale che il protagonista sia in realtà rispettivamente un vampiro e un fantasma. Nemmeno Shyamalan aveva ancora osato tale espediente.
    Fosse stato scritto uno o due secoli fa avrebbe avuto un senso, ma presentare al giorno d'oggi un romanzo che crede di stupire perché c'è un uomo lupo è oltremodo anacronistico. Ecco perché la copertina è sbagliatissima: se proprio si voleva giocare sul fatto di rimanere in sospeso tra leggenda e realtà fantastica, perché non "imbrogliare" il lettore già dalla copertina invece di spiattellare l'immagine di un lupo mannaro?

    E questi erano i lati positivi del romanzo. Sì perché la cosa peggiore non è stata esclamare "e quindi?" quando nel finale accadeva esattamente quello che ci si aspettava da pagina 4 in poi, ma il fatto che la Angelinelli stavolta è andata oltre quello che ci si aspetterebbe da lei, in negativo. Dalla nemica numero uno della generazione Twilight, un'autrice che si è sempre distinta per sperimentare senza adagiarsi in seguiti, non ci si sarebbe mai aspettato quello che alla fin fine è il vero fulcro del romanzo, purtroppo prevedibile anche questo, nonostante la volontà di augurarsi che lo svolgimento non prenda una piega così banale è una speranza costante fino a oltre metà. Insomma, cosa fa venire in mente una povera protagonista del secolo scorso che si reca in un bel (per quanto trasandato) palazzo, dove vive un bel (per quanto trasandato) maschione con gli occhi metallici che la fa sussultare (mette la mano sul petto e chiude gli occhi, ovviamente) ad ogni sguardo e a un certo punto cominciano a toccarsi il viso, il petto, la camicia (sudata?)... ebbene sì, Werewolf più che un romanzo fantastico nasconde un'anima da vero e proprio Harmony! Non c'è niente di male, fosse stato scritto da Barbara Risoli sarebbe stato un capolavoro di fantasy-romance, ma Francesca Angelinelli non può (è sempre stata troppo fredda e forzata in certe scene, risulta poco credibile) e non deve (la sua missione nel fantasy è altra!) perdere tempo in romanzi del genere.

    Ora, perché nonostante questo non può essere bocciato? Prima di tutto perché è scritto benissimo, ormai l'autrice ha raggiunto una certa bravura narrativa ben poco criticabile (anche gli errori di editing sono quasi rasenti lo zero) che la proietta al di fuori dai ghetti esordienti o emergenti della narrativa fantastica; unico appunto è l'aver riproposto la presentazione fisica della protagonista utilizzando l'espediente già visto in Valaeria: uno specchio.
    Per quello che offre, la storia non è "brutta", ma come specificato pecca solo di prevedibilità, ma nonostante questo ha i suoi momenti interessanti. Un romanzo "brutto" di Francesca Angelinelli significa comunque essere una spanna sopra la media. Non essendoci momenti di azione rilevanti (uno solo contiene un minimo di pathos, di due in totale, delle quali non si comprendono neanche bene gli avvenimenti se non si riprendessero successivamente i fatti), il romanzo fa comunque un ottimo lavoro per quanto riguarda l'introspezione del protagonista, un dramma psicologico intenso e a tratti significativo in cui i protagonisti danno il meglio di loro stessi con i loro diverbi e che si può riassumere nella frase del romanzo "Si è chiuso in una gabbia dalla quale desidera uscire". Purtroppo anche in questo caso succede che la protagonista cerchi risposte riguardo il caratteraccio del cugino. Risposte che vengono chiaramente suggerite in svariati punti della storia, quindi torna il famigerato "e quindi?" quando nel finale si riassumono tutti gli indizi per spiegare cose che il lettore aveva capito da metà romanzo.

    Francesca Angelinelli non potrà che far bene in futuro e questo piccolo incespicare -prendiamolo pure come esperimento per piacere di più alla massa- non fa dimenticare il suo glorioso passato né intacca le grandi aspettative per i suoi prossimi lavori.
    Werewolf ha, così come Valaeria, un finale aperto. Auguriamoci che non venga in mente -se un giorno si dedicherà a dei seguiti per i suoi romanzi- di proseguire questa storiella dal pelo rosa, anziché continuare le avventure della nordica eroina!

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    Posted on Oct 29, 2009 | 10 feedbacks

Cover of Alice in Sunderland
  • 19 people find this helpful

    Quello che dico tre volte è vero.

    Lewis Carrol, talmente tanto l'orgoglio di Oxford che nessun riferimento biografico riguardante spostamenti da questa città sembra essere stato tramandato. Ma una persona è veramente sé stessa solo mentre lavora o mentre vive la sua vita e i suoi affetti? Ecco perché Lewis Carrol in realtà ha lascia ... (continue)

    Lewis Carrol, talmente tanto l'orgoglio di Oxford che nessun riferimento biografico riguardante spostamenti da questa città sembra essere stato tramandato. Ma una persona è veramente sé stessa solo mentre lavora o mentre vive la sua vita e i suoi affetti? Ecco perché Lewis Carrol in realtà ha lasciato a Sunderland il suo cuore. E Alice Liddle.

    Concepito come graphic novel, "Alice in Sunderland" non deve essere scambiato per un comune fumetto, in quanto non è inteso come opera narrativa. Trattasi bensì di un tomo riguardante la congestione tra biografia romanzata e saggistica del nord-est britannico, un vero e proprio documentario. Esatto: se ci si approccia a questa graphic novel con l'intento di cavarne esclusivamente una storia su Alice, come dal titolo potrebbe sembrare, si resta altamente delusi. "Alice in Sunderland" offre molto di più. Il lavoro di Brian Talbot è l'epopea di una città, di una regione, di una nazione e forse di tutto il mondo, che prende come spunto il ruotare attorno alla vita di Lewis Carrol e Alice, da cui non smetteranno di fioccare incredibili riferimenti e folli coincidenze nel corso di tutta la storia del Regno Unito.
    Tutto questo è molto interessante ma potenzialmente avrebbe potuto risultare mortalmente noioso in un normale testo, ecco che quindi la scelta del fumetto come messaggio risulta vincente. "Non confondere il genere con il mezzo", dice a pagina 187 il Venerabile Scott McComics Expert (parodia di Scott McCloud, non solo vignettista ma anche massimo esperto di teorie sul fumetto).
    Il pretesto della narrazione è dato dal Sunderland Empire, un teatro storico dove un solo spettatore si ritrova ad assistere a un magico monologo di, che risulta essere Brian Talbot stesso e che talvolta passa la parola a... Brian Talbot stesso, viaggiante pellegrino stavolta, trasportando il lettore attraverso documentaristiche scenografie come accadrebbe in un filmato di Alberto Angela incollato in un contesto virtuale.

    L'opera è ad ampissimo respiro, se si provasse a prendere appunti puntellando il libro con dei segnalibri, avrebbe l'aspetto di un porcospino (come quello usato da Alice per giocare a crocket...) tante sono le informazioni in esso contenute, riprese sovente in più punti quindi molto difficili da seguire in maniera lineare. Un lavoro fantasmagorico per il quale Brian Talbot ha impiegato anni di ricerche perso tra una moltitudine di libri (tutti elencati nelle note finali, per chi volesse approfondire), per non parlare delle ricerche sul territorio, anche se queste ultime sono state più semplici: Brian Talbot si è trasferito e vive ormai da molti anni proprio a Sunderland!
    Pur non essendo tutte le pagine su Alice, il suo girare intorno a questo argomento fa in modo di creare un simpatico spettacolo di coincidenze delle quali il lettore coglierà ogni sfumatura, spesso viene infatti prima mostrato il presente per poi rintracciare nel passato dei riferimenti che lo faranno comprendere appieno. Come viene detto e ripetuto da Talbot, purtroppo molti dei diari di Lewis Carrol risalenti al periodo antecedente la stesura di "Le avventure di Alice nel sottosuolo" (primissima e più breve stesura del successivo romanzo) sono andati perduti all'inizio del XX secolo, probabilmente trafugati per non indebolire il ferreo legame con Oxford dell'autore. Perduti sono anche i riferimenti alla verità assoluta riguardo l'improvviso distacco di Alice dallo scrittore, anche se l'ipotesi più probabile è che sia stata la madre di Alice Liddle a proibire alla figlia di frequentare Carrol, probabilmente perché lo scrittore aveva provato a chiedere la mano di Alice ma la differenza sociale tra le famiglie era incolmabile. E' importante segnalare che non c'è nulla di cui stupirsi nelle promesse di matrimonio tra un adulto e una bambina, erano (e probabilmente in alcuni paesini ancora oggi lo sono) normalissime nell'epoca Vittoriana. Così come è fondamentale ricordare che tra le altre questioni di mancanza totale di fonti, è assolutamente ridicolo e senza senso chi ancora oggi accusa Carrol di pedofilia. Ci sono in giro commenti di spaventosa ignoranza riguardo "Alice nel paese delle meraviglie", con su scritto frasi del tipo: "Il romanzo mi piaceva ma poi che schifo quando ho scoperto che è scritto da un pedofilo". Tutto questo è pura menzogna! Non si faccia portabandiera l'argomentazione sulle (quattro, su centinaia) foto scattate da Carrol a bambini nudi: era una cosa assolutamente normale anche questa e all'epoca fior fior di artisti e pittori hanno realizzato opere a riguardo.

    Non solo questo si apprenderà leggendo "Alice in Sunderland", tante storie vere e tante leggende si susseguono in un helzapoppin di avvenimenti. Lo sapevate che il romanzo "The Dress Lodge" di Sheri Holman narra proprio del periodo di colera a Sunderland? Lo sapevate che "Nell'ottocentottantatrè, a Sunderland città, duecento bambini perirono senza pietà"? William McGonagall, "the best worst poet" dell'impero Britannico, scrisse questo imbarazzante poemetto per ricordare che in una sola sera morirono 200 bambini per una causa assurda: schiacciati da loro stessi mentre scendevano dalla galleria di cinema che aveva la porta chiusa che si apriva dall'interno. Questo è solo un esempio della moltitudine di piccole grandi storie presenti. Particolarmente avvincenti risultano essere storie come quella (vera) di Jack Crowford o quella del Drago di Lambton (avrà ispirato la poesia del Jabberwocky in "Alice nello specchio"?). La cosa affascinante che viene ripetuta in continuazione è che Carrol potrebbe aver (anzi, avrà sicuramente) sentito queste storie e queste leggende, che di conseguenza avrebbero influenzato le sue opere. Affascinante. Per non citare la più semplice congettura: "Sunderland" potrebbe probabilmente aver influenzato il titolo di Alice in "Wonderland"
    Ma i tantissimi racconti riguardanti i dintorni di Sunderland non sono solamente istant classic, ci sono delle parti dove la narrazione diventa eccessivamente didascalica e quindi sopraggiunge talvolta la noia. Brian Talbot infila anche molta retorica nel finale, criticando dalle guerre al razzismo facendo attualità su dichiarazioni di giornali e politici e ribadendo di come Sunderland si è storicamente dimostrata assolutamente tollerante e i suoi cittadini hanno più volte rimandato a casa eventuali camice nere (non facendole uscire nemmeno dalla stazione). Campanilismo misto a forte critica sociale, non solo verso la nazione ma anche verso se stesso, infatti l'opera è disseminata non solo di autocelebrazioni (sempre contestualizzate, non c'è nessuno spot) ma anche di tanta autoironia.

    Anche dal punto di vista artistico-visivo ci si trova davanti a qualcosa di pensato e realizzato davvero egregiamente, la grafica è infatti un insieme non solo di disegni, ma anche di foto (personaggi storici, monumenti) e ritagli di giornali si uniscono in modo uniforme al fumetto. Le foto sono quasi sempre ritoccate in modo da amalgamarsi alle pagine, con massiccio uso dell'effetto acquerello. Ovviamente ci sono anche foto della vera Alice Liddle, nonché di Carrol e di tantissime opere artistiche riguardanti Alice nell'Inghilterra e nel mondo.
    Gli stili di Talbot si modellano attorno storia che si sta raccontando. Per esempio, la storia di Jack Crowford viene prima presentata e definita come un avventure in stile fumetto anni '30 e al momento in cui essa viene raccontata, è proprio così che viene disegnata nel suo capitolo dedicato. E così per tutto il resto, quando c'è una storia particolarmente interessante da farne una sezione dedicata, vengono usati i più svariati stili dal bravo Talbot: dai modelli grafici da fumetto horror anni '70 ad approcci più antichi, da tavole dettagliatissime alla grafica essenziale come le vignette di un settimanale. Tutto in funzione della narrazione visiva.
    Si arriva anche a commentare opere artistiche pezzo per pezzo, come le stampe di Hogart (tra le prime opere associabili a fumetti) che vengono vivisezionate in vignette e commentate con rimandi storici dell'epoca, col risultato di essere interessanti.

    Nell'edizione italiana c'è solo un piccolissimo problema di stampa, quello del trattino degli accapo che a volte è messo dove non dovrebbe stare, cioè in mezzo alle pa-role. Non dovrebbe esistere un software che scala il testo automaticamente? Vogliono forse far credere che c'è un tizio che sillaba a mano tutte le parole e che, se si ridimensiona la nuvoletta, si perde la formattazione del testo? Assurdo...

    Nonostante alcune parti che mancano di ritmo perdendosi in un noioso elenco di avvenimenti, tutto sommato quello che offre "Alice in Sunderland" nel suo complesso è tanto, rimanendo un'opera di cui si sentirà la mancanza una volta chiusa l'ultima pagina. Ma sopratutto viene da pensare che sarebbe assolutamente stupendo se Talbot si trasferisse nella nostra città e la raccontasse come ha fatto con Sunderland...

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    Posted on Oct 21, 2009 | 1 feedback

Cover of Astri di paura
  • 16 people find this helpful

    Da A ad A

    Non c'è nulla di pretenzioso in questi racconti ed è sotto questa angolatura che devono essere esaminati. Ingenui ma genuini, alla fine dei conti contengono quell'horror puro che spesso, troppo costretto da attenzioni riguardanti la costruzione del pathos, dal succede/non-succede, viene dimenticato. ... (continue)

    Non c'è nulla di pretenzioso in questi racconti ed è sotto questa angolatura che devono essere esaminati. Ingenui ma genuini, alla fine dei conti contengono quell'horror puro che spesso, troppo costretto da attenzioni riguardanti la costruzione del pathos, dal succede/non-succede, viene dimenticato. Invece qui una cosa è certa: succede. Qualcosa accade sempre, è pur vero che è sempre la cosa più prevedibile, ma sicuramente accade. Tutto va come deve andare. Affatto per palati fini, sono caramelle horror dal gusto immediato.

    Questa antologia è un calderone di idee, ci sono racconti raccolti per non andare dispersi, ci sono esperimenti per vedere se un certo tipo di scene funzionano, e ci sono possibili anteprime per futuri sviluppi.
    E' strano come nell'introduzione del romanzo si affermi che non basta infarcire una storia di mostri per scrivere horror, ma che serve l'atmosfera. Il concetto è giusto ma in un'antologia di racconti brevissimi come si può pretendere una costruzione approfondita dell'atmosfera? Non servono in questo caso troppe spiegazioni, per esempio nei finali a volte si cerca di infarcire fin troppo e a volte col risultato di rovinare il tutto. E' quindi difficilissimo giudicare oggettivamente questa raccolta perché, se da un lato si trova molta ingenuità, dall'altro è apprezzabilissimo e addirittura esemplare come, in davvero pochissime pagine di media (il romanzo ne ha in tutto 118 e i racconti sono ben 18!) Federica D'Ascani riesca comunque a intrattenere, in modo altalenante ma con picchi interessanti.

    Essenzialmente il problema è quindi che il leit motiv del romanzo è che di solito in un racconto o in un film lo sviluppo, per quanto prevedibile nel peggiore dei casi, è comunque un qualcosa che non ci si aspetta. In questi racconti accade esattamente la cosa più ovvia. Solitamente se c'è qualcosa di soprannaturale, c'è un inganno dietro, una soluzione. In "Astri di paura" assolutamente no. Gli spettri esistono, i mostri esistono. E tu muori. Punto. Ovvio? Sì, ma ovvio nel surreale; ovvio per chi è avvezzo ai racconti dell'orrore. Ecco, questo romanzo, nonostante sia assolutamente per tutti, è particolarmente consigliabile a chi vuole leggere horror per la prima volta. Bambini compresi, anzi diciamo ragazzini, dato che alcune scene sono troppo macabre per essere apprezzate ("apprezzate" e non "capite": non sottovalutiamo i bambini) da chi non è almeno alle scuole medie.

    La maggior parte dei racconti è improntata attorno la vendetta. In molti si evidenzia la vendetta come ciclo continuo, come ad accarezzarne la bellezza ma allo stesso tempo denunciarne la stupidità, mettendo in discussione la saggezza dei morti. Altra caratteristica di questa antologia è l'ossessione per il Male di tipo fantastico. I cattivi sono sempre esseri mostruosi o soprannaturali, non c'è presenza di normali assassini. "Astri di paura" è un viaggio con tante tappe verso quel tipo di horror nascosto nel buio, non quello alla luce del sole.
    Nessun peccato veniale a livello di editing, magari giusto una limatina ai dialoghi che non dovrebbero andare a capo e non dovrebbe essere presente il maiuscolo per enfatizzare le grida.

    Dopo una poesiola, ecco che cominciano i racconti. Attenzione: Nessuno finirà bene!

    In vita come nella morte

    La moglie è viva e il marito è morto. La moglie sente dei rumori sinistri. Indovinate, chi sarà mai? Bravi.
    Un Ghost al contrario. Di solito è il vivo che tenta di riportare in vita il morto. In questo caso lo spettro non è d'accordo su questo punto...
    La figura dello spettro è tipica dei racconti di questa antologia, il che fa molto piacere perché questo genere di presenze sembrano essere dimenticate dalla narrativa moderna.

    Il chiarore della luna

    Diceva Seneca:
    <<ALCMENA: E quale può essere un inganno così possente da vincere Alcide?
    ERCOLE: Quello, di qualunque genere sia, che possa soddisfare la collera di una femmina.>>

    Ed è proprio della collera di una donna che narra questo gioiellino. Infrange persino la piccola grande regola della prevedibilità e il finale fine a sé stesso in questo caso ottiene un valore metaforico: Com'è femmina questo racconto! Raccoglie l'essenza della vendetta, non sarà certo Medea, ma lo sfogo è decisamente liberatorio. Una delle tante piccole Carrie che riempiono questa raccolta.
    Da far leggere a tutti i partner maschi, ci penseranno due volte prima di tradire.

    Passaggio sotto la pioggia

    Ecco il tipico esempio di racconto ovvio in modo imbarazzante. Chi ha mai sentito una qualsiasi ghost-story da parenti o amici avrà praticamente già sentito anche questa banalissima storia. L'ABC. Ma come si diceva, non per questo risulta brutta (nonostante i personaggi siano tutti uomini), sono solo quattro pagine e immaginando che l'autrice volesse solo mettere una storia classica a lei cara nero su bianco, è salvabile.

    Il clochard

    Un altro classicissimo cliché, quello del patto col diavolo. Vanno tutti a finire male e poteva questo essere diverso? No. Inoltre c'è anche un protagonista maschile, anch'esso tipico di questi "patti", forse più che mai sarebbe stato un utile cambiamento introdurre una donna come protagonista. Come un Dylan Dog poco ispirato.

    Incubo in pieno giorno

    Molto simpatico, una storia che sembra uscita dai vari film horror a episodi in stile Creepshow. C'è un invasione di mostri che prendono l'aspetto umano e una protagonista in fuga. Niente storia sotto, un divertissment.

    La teca delle anime

    Altro racconto sulla vendetta, in questo caso con ambientazione ammiccante la Wicca. Stavolta il male mette alla prova prima di dare atto alla vendetta, ma l'arroganza dell'essere umano davanti al potere sarà troppo forte.

    La casa dei Picche

    Se questa è un'antologia da consigliare come lettura di Halloween, questo racconto lo è più di tutti. Un casa stregata, cosa c'è di meglio per una serata horror-goiardica? Un finale senza senso (mi aspetti da 100 anni prima che nasco?) rovina il racconto, che comunque avendo qualche paginetta in più della media riesce a costruire su un po' di psicologia della protagonista e un minimo di pathos.

    Il carillon

    Un racconto che riesce a fare della mancanza totale di spiegazioni il suo punto di forza, è horror puro che punta sulle classiche paure del buio e effetti "BUUU!", funzionando davvero bene.

    Vuoi dormire?

    Altro racconto d'obbligo per la notte di Halloween, non per niente ci è addirittura ambientato. Tra i migliori della raccolta risulta anche l'unico con un buon tocco di thrilling e diverte il lettore sia che rimanga sorpreso sia che riesca a capire il momento chiave prima della spiegazione durante lo spaventoso finale che fa ben sperare sulle potenzialità della scrittrice in questo campo.

    Panta rei

    Racconto sperimentale che rappresenta probabilmente una metafora dell'adolescenza, fin dal titolo infatti indica il cambiamento. Le motivazioni della seconda parte del racconto purtroppo fanno scricchiolare l'intera struttura, ma come non cadere in ammirazione quando ci si trova davanti una adolescente in preda alla follia (e non solo) che intona questa cantilena:

    <<Odiare è bello
    odiare è tutto
    odiare è ciò che mi resta
    dopo la fuga dell'affetto

    Allora vi odio
    se è una maniera d'amore
    Allora vi odio
    e capirete perché

    Sempre sola
    lacrima che scende
    nel vostro sguardo vuoto
    annegherete>>

    Per uno spicchio di agrume

    La versione embrionale di una storia più grande? Quello che infatti si presenta come un capitolo zero di un romanzo di licantropi è in realtà una sorta di trattato filosofico sul mondo che da sempre tende all'autodistruzione a causa della malvagità degli esseri umani (lo stesso messaggio del cult movie di Joe Dante "L'Ululato").
    La noia che solo un protagonista maschile può dare e fondamentalmente la pesante trama tutta, non lo rendono certo memorabile, ma è interessante osservare come la figura del licantropo sia un qualcosa di diverso dal concetto classico di uomo-lupo, qui il licantropo è un uomo con potenzialità di una bestia, non solo come forza fisica ma anche come pensiero, ecco perché riesce a ragionare sugli errori dell'uomo in maniera così nitida.

    Presa!

    Racconto stregonesco, che tratta allo stesso tempo sia la classica caccia alle streghe (empatia verso la strega), sia il patto col diavolo (condanna della strega), in un turbine che fa illudere di aver afferrato il bene e invece ci si ritrova comunque nel male. Come al solito niente di memorabile ma è ormai assodata l'estrema bravura dell'autrice nel saper riassumere in poche pagine così tanto.

    Sergio, il mostro

    Stesso identico discorso espresso in "Per uno spicchio di agrume". Anche questo ha l'aspetto del primo capitolo di un romanzo ma stavolta anziché i licantropi si tratta di vampiri. Purtroppo anche in questo caso il protagonista è maschile, ma la trama è migliore in quanto stavolta c'è più azione e meno filosofia.
    Il racconto è liberamente leggibile sul blog dell'autrice e nelle note a margine.

    Il riflesso del male

    Si torna allo stile dei racconti iniziali, quindi l'horror più ancestrale fatto di mostri e di vendette.
    La protagonista alla fine esce di casa tranquillamente dopo aver compiuto tale scempio. Fregandosene dei vestiti, fregandosene degli indizi. In un qualsiasi altro racconto sarebbero stati elementi da additare come atroci sviste, ma servono a far capire che quando si leggono i racconti di Federica D'Ascani, in un certo senso si è sempre ai confini della realtà, perché appesantire il tutto col pensiero della polizia, così noiosamente realistico? Per capire: un po' come il porta-katana sull'aereo in Kill Bill. Tutto è concesso nella fantasia.

    Gli Ortopolis

    Vincitore del premio simpatia, senz'altro! La protagonista è una scrittrice che sogna di fate e si precipita a scriverne le tracce per la trama prima che le si cancellino dalla memoria. Ma proprio mentre è seduta al computer... beh, è carinissimo da leggere. Sempre molto ingenuo (staccare il cavo di rete no?) ma nessuno mai aveva fuso fate e informatica.

    Da un tradimento

    Come già lascia a intendere il titolo, altro racconto moralistico sul tradimento, questa volta compiuto dalla donna. Interessante e vincente l'idea di come, nonostante sia il caso inverso del racconto "Il chiarore della luna", anche in questo caso a patire il peggio sarà lo sciocco maschio! Grande Federica D'Ascani dalla parte delle donne!

    L'alba del terrore

    Altro racconto con una creatura simile al vampiro, ma non proprio in tutto e questo ingannerà la povera protagonista. Di solito la chiusura dei racconti non il massimo, ma in questo caso aumenta di molto la profondità della storia dando spessore e caratteristiche alla creatura, rendendola sottilmente inquietante anziché solo spaventosa.

    La falena

    I maschi sono come le falene e la loro luce è il fascino delle donne, per loro si è disposti a tutto anche a dimenticare che si avevano altri problemi prima di incontrarne una particolarmente attraente, che condurrà il protagonista di questa storia attraverso un percorso di perdizione e orrori che comincia con l'atmosfera di Eyes Wide Shout e si conclude ovviamente in una fine disgustosa (in senso buono).

    ---

    Magari non sarà il libro che vi cambierà la vita ma è consigliabile nelle notti d'inverno, da soli sotto le coperte con luce bassa. Da regalare o da farsi regalare per Halloween, per una lettura di un racconto a testa tra amici davanti un caminetto, sarebbe veramente il dono perfetto per l'occasione.

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    Posted on Oct 17, 2009 | 1 feedback

Cover of Elenoir
  • 24 people find this helpful

    "Hai reagito bene a quello che ti è successo."

    La storia di Elenoir e Valentine è finita e ci ritroviamo catapultati nella vita di Elenoir, emotivamente a pezzi, che cerca di continuare la sua vita tra amiche e uscite notturne.
    Una trama che è solo un simpatico incipit che si lascia leggere con piacere, uno stile "Genea ingentilita" che spi ... (continue)

    La storia di Elenoir e Valentine è finita e ci ritroviamo catapultati nella vita di Elenoir, emotivamente a pezzi, che cerca di continuare la sua vita tra amiche e uscite notturne.
    Una trama che è solo un simpatico incipit che si lascia leggere con piacere, uno stile "Genea ingentilita" che spiega ottimamente il mondo di Elenoir, che vive in una non citata città di una non data nazione.

    Elenoir è sensibile e romantica, osserva ogni cosa che la circonda con la capacità di renderla poesia, come per esempio quando descrive l'atmosfera subacquea del passeggiare di notte in città; quando allo stesso tempo si sofferma nell'immedesimarsi in un'atmosfera da giallo anni '20 osservando il giallo di un semaforo; o quando è capace di cogliere la poesia e la rilassante accoglienza dei rumori e dei profumi dei tram più vecchi, quelli con il legno.
    Un romanzo da leggere preferibilmente di sera, possiede un velo di malinconia ma non per questo risulta troppo sdolcinato o noioso, evitando la sindrome della Yoshimoto infatti, l'autrice mescola il tutto con l'ironia di Elenoir che nonostante tutto mai l'abbandona, dandole una forza d'animo e sopratutto una voglia di vivere che sembra resistere a ogni avversità. Alla normale narrazione infatti, ecco insorgere inaspettatamente un capitolo che definire bizzarro è dir poco, che aumenta decisamente il ritmo e si legge tutto d'un fiato con sorriso sghembo e un'espressione perennemente perplessa, come quella che ha Elenoir quando si trova davanti nientemeno che... Gesù! Meglio non rivelare altro, ma è sicuramente tra le parti migliori, uno degli assi nella manica di questo romanzo pieno di sorprese.

    Un'altra gradita sorpresa che si può trovare in Elenoir, risiede nell'autrice stessa. Julie Maggi è infatti prima di tutto una bravissima illustratrice, non c'è da meravigliarsi quindi se la storia viene impreziosita da alcuni sketch che le donano un magico effetto da favola per adulti. Non sono invasivi (sono spesso in un angolino della pagina, mentre i disegni a pagina piena sono forse un paio in tutto il romanzo) e non ci sono ovviamente in tutte le pagine. Inoltre, è bene sottolineare come, nonostante la presenza di disegni che mostrano stralci di quello che sta narrando la pagina, le descrizioni fatte dall'autrice sono assolutamente sempre complete e ben fatte, che contengono anche indizi sul profilo psicologico dei personaggi (attenzione agli interni e all'ordine delle cose...).
    Osservando i disegni viene spontaneo pensare che tale oggetto o tale ambientazione è proprio come lo si sarebbe immaginato; semplicemente risultano utili, come quando viene visualizzata una chiesa gotica o il cimitero. Lo stile ovviamente, è quello della bellissima copertina. L'unico problema, i disegni, lo danno a partire dai capitoli finali, l'occhio purtroppo cade su di loro e anticipa un paio di scene prima che le si abbia lette.

    Fondamentalmente si tratta di una storia d'amore tra due ragazze, ma il modo in cui è narrato questo è veramente da applaudire. Non è il classico romanzo che vuole fare scandalo, che sbandiera l'amore saffico come qualcosa di trasgressivo per forza. Niente di più lontano. La nascita dell'amore è descritta con una delicatezza, ma sopratutto una naturalezza tale, che nemmeno il più bigotto dei lettori avrebbe da ridire giudicando le due ragazze. E' amore. Amore. Universale. Non è nemmeno mai citata la parola "lesbiche" o simili, non ha veramente senso in questo contesto e nei ragionamenti di ogni personaggio non esiste niente di morboso, c'è solo sentimento che nasce e cresce. Tutto ciò è fantastico ed è ennesimo punto di forza di una narrazione solo all'apparenza semplice.

    Perché lo stile di scrittura è molto lineare, si tratta di narrativa che non va alla ricerca di una prosa cesellata o qualcosa di pseudo-intellettuale stile Lolita Pille. E' scritto utilizzando frasi secche, separate da punti, le virgole sono quasi completamente esenti (in tutto il romanzo si contano sulle dita di due mani). Ma non deve spaventare perché non si tratta comunque di frasi sincopate in stile Chiara Palazzolo o della eccelsa Isabella Santacroce nel suo capolavoro Revolver.

    Uno dei segreti che si svelerà attraverso le pagine sarà il motivo della separazione tra Elenoir e Valentine e sopratutto che fine abbia fatto Valentine. Ma questo è ancora poco. Tutto quello scritto fin'ora è ancora niente. Perché quando ormai il libro è largamente bollabile come "davvero molto carino!", ecco che cambia tutto. Ecco che allora quel EleNOIR non era solo un simpatico gioco di parole, ma rappresenta la sorpresa: il -lungo- finale del romanzo è pieno di thrilling!
    C'è un punto di flessione, guarda caso con l'introduzione di un personaggio maschile (esseri fastidiosi che tipicamente irritano dalla loro comparsa), che sembra rovinare l'intera storia, ma proprio mentre si pensa con rabbia a questo possibile sgradevole finale, ecco che cambia tutto: a questo punto è impossibile staccare gli occhi dal romanzo, il ritmo aumenta a dismisura e sia l'azione che i sentimenti raggiungono livelli avvincenti. Quello che era iniziato come un romanzo di Genea, si conclude come un romanzo di Barbara Baraldi!

    Complimenti all'autrice, sperando con tutto il cuore che prosegua presto la sua avventura da romanziera perché possiede certamente del talento. Magari con un romanzo leggermente più corposo, dato che il difetto maggiore di Elenoir è di essere un po' breve.

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    Posted on Sep 30, 2009 | 3 feedbacks

Cover of Tutte le tragedie: Ercole furioso, ­Troiane, ­Fenicie, ­Medea, ­Fedra, ­Edipo, ­Agamennone, ­Tieste, ­Ercole sull'Eta, ­Ottavia
  • 19 people find this helpful

    Senecano Assassinio

    <<La curiosità sopraggiunta mi portò a leggerlo avidamente, e nel momento in cui appresi che nelle senecane tragedie incontrastato il Male regnava, avvertii un brivido attraversarmi l'esofago, raggiungendo la mia adorata tromba d'Eustachio.
    Quell'uomo descriveva efferati delitti, antropofa ... (continue)

    <<La curiosità sopraggiunta mi portò a leggerlo avidamente, e nel momento in cui appresi che nelle senecane tragedie incontrastato il Male regnava, avvertii un brivido attraversarmi l'esofago, raggiungendo la mia adorata tromba d'Eustachio.
    Quell'uomo descriveva efferati delitti, antropofagie, incesti violenti, parricidi selvaggi, rituali di magia nera, maledizioni, divinazioni macabre, cerimonie di sacrificio, disumanità d'ogni sorta, crisi d'ira, incontrollabili gesti, azioni deleterie, dissennate passioni: la sua specialità era l'umana ferocia, me ne invaghii all'istante.>>
    (da "V.M. 18" di Isabella Santacroce, pag. 423)

    Fu un chiaro e intelligente invito alla lettura, quello presente nel neoclassico V.M. 18 della più grande prosatrice italiana Isabella Santacroce, dove la protagonista Desdemona, Spietata Ninfetta, rimane folgorata nello scoprire Seneca. Così è stato e la lettura delle Tragedie è la conseguenza.

    La considerazione più importante da mettere subito in chiaro è che il serioso Seneca dei saggi è qui assente. Pur mantenendo la sua saggezza, nelle tragedie Seneca sfoga una straordinaria indole macabra rendendo la lettura certamente più scorrevole delle sue opere da oratore.

    Le opere teatrali senecane sono improntate maggiormente alla lettura piuttosto che alla rappresentazione in scena, ma allo stesso tempo sono da considerarsi seminali, fondamentali per lo lo sviluppo del teatro nelle epoche future. Come fa notare l'interessante prefazione presente nel libro, l'epoca romana in cui visse Seneca conteneva già molti elementi barocchi, infatti proprio nel periodo barocco le tragedie di Seneca furono riscoperte e apprezzate da illustri rappresentanti, tra i quali figura addirittura Shakespeare: probabilmente senza Seneca le strutture delle sue tragedie non sarebbero mai potute nascere.
    Una parentesi per una curiosità di cui forse non tutti sono al corrente. Non è invece merito di Seneca, che lo fa solo venire alla mente leggendo i contenuti, ma delle tragedie greche originali, se anche la figura di Dante viene in un certo senso sminuita: là dove egli rimane indiscutibilmente poeta d'eccellente metrica, ci si rende conto che la maggior parte delle scene infernali presenti nella sua opera, non sono sua immaginazione. A Dante va probabilmente data la creazione del concetto di girone, ma le punizioni infernali "coreografiche" (anche se sono sempre, costantemente, in tutte le tragedie, citate sempre le stesse 4: la ruota smembrante di Issione, la sete e la fame inestinguibili di Tantalo, il fegato dilaniato dagli avvoltoi che si rigenera per nuove sofferenze di Tizio, la roccia che cade e si rialza per ricadere ancora di Sisifo), il traghettatore Caronte e tanti altri elementi sono elementi sempre esistiti nella letteratura classica greca. Seneca quindi, nella sua rilettura latina, ne fa grande utilizzo.
    Altra curiosità che viene alla mente è quella che ci si trova a leggere in un testo così antico (e magari scritto anche con alla mente il periodo greco ancora più antico), conoscenze scientifiche che, seppur basilari, strabiliano per i tanti dettagli, persino l'anatomia umana è citata con grande coscienza del caso, abbozzando addirittura funzionamenti degli apparati interni del corpo (il tutto in funzione di deliziose descrizioni di massacri ovviamente). E' solo sugli eventi naturali che sembra non esserci altra prerogativa che il divino, ma in questo caso potrebbe essere sicuramente una scelta poetica perché Seneca doveva trattare di mitologia, quindi cielo, terra, mare e inferno dovevano essere elementi soprannaturali, con leggi sconosciute all'uomo e governati dagli dèi.

    Ma cosa rende così importanti queste opere? Il fulcro di tutto è rappresentato dal fatto che queste tragedie, essendo scritte comunque da uno come Seneca, quindi saggio oratore della virtù, dovevano rappresentare l'uomo nella sua debolezza, sconfitto da essa e da ciò trarre la sua retorica correttiva, prerogativa di Seneca sempre e comunque.
    E cos'è che dà più forza e allo stesso tempo è la più grande debolezza dell'uomo? La passione. Le tragedie di Seneca trattano dell'orgoglio delle passioni, estremizzate oltre ogni limite, senza mai vergognarsi di esse. Sia nel bene che -in questo caso- sopratutto nel male.
    Altra cosa interessantissima che si può notare è come per la maggioranza delle tragedie, il racconto del delitto è spesso raccontato non in diretta, ma in differita tramite un qualche messaggero. Questo aspetto è significativo perché potrebbe essere inteso non solo come un diverso punto di vista, un espediente narrativo fine a se stesso, ma sembra un invito a riflettere sul Mito, fa pensare (considerando che Seneca rappresenta il preciso momento della fine del paganesimo) al processo di creazione delle leggende, in quanto il messaggero potrebbe aver condito la storia come un bardo, per glorificare questo o quel personaggio, esasperando alcuni aspetti nel resoconto.

    Le tragedie di Seneca non hanno un ordine cronologico che sia certo, alcuni studiosi analizzando trasversalmente diversi elementi sono giunti a mischiare un po' le carte, ma in questa raccolta si è preferito utilizzare l'ordine classico con il quale si sono sempre tramandate. C'è da dire anche che addirittura, per alcune di esse, non c'è nemmeno la certezza che siano realmente di Seneca. Di queste pare sia certamente apocrifa solamente l'Ottavia. Ma esistono studiosi che arrivano anche a decretare nessuna delle tragedie a Seneca, increduli che una persona seria come lui si possa "macchiare" di tali macabri racconti.

    Ecco una breve traccia per farsi un'idea sulle trame delle tragedie presenti. Contiene spoiler, ma si consideri il fatto che il fine delle tragedie non è la trama (che ovviamente conoscevano tutti anche ai tempi), ma l'esposizione e le modifiche d'autore rispetto al modello originale:

    Ercole furioso

    La follia come non era mai stata descritta. Seneca utilizza non una persona normale, ma il simbolo della virtù, Ercole, rendendolo schiavo delle passioni incolpando la dea Giunone da sempre sua nemica, che ha deciso di farlo impazzire.

    In questa tragedia, semplicemente, Ercole in preda al delirio (bellissimo il passaggio dal furore contro gli dèi alla pazzia che gli genera allucinazioni) compie un massacro dei suoi figli e di sua moglie, uccidendoli con le proprie armi e mani, davanti a suo padre esterrefatto.

    La cosa interessante è che in "Ercole sull'Eta", alcuni personaggi insinuino che Ercole abbia finto di cadere sotto l'incanto di Giunone per sbarazzarsi della sua famiglia e poter avere altre donne. Un chiaroscuro tra leggenda e realtà estremamente moderno: dare la colpa a una possessione per celare la propria follia omicida? Ercole era uno psicopatico?

    I cori presenti sono i più belli (e leggibili) di tutto il lotto, anche perché raccontano un po' le gesta di Ercole che sono sempre assai intriganti.

    Troiane

    Troia è caduta e le donne rimaste in vita piangono le loro sventure, che sembrano non essere ancora terminate. Con il perfido Ulisse sempre pronto all'inganno, Achille che anche da morto sembra recar disgrazie a Troia e una chiara denuncia contro le falsità che possono dire gli indovini, in questa tragedia si assiste al sacrificio di Polissena e Astianatte. Quindi non delitti, ma sacrifici compiuti in nome della paura e dell'ignoranza. Polissena infatti viene offerta in sacrificio sulla tomba di Achille (che sarebbe apparso al figlio Pirro e lo avrebbe richiesto), mentre il piccolo Astianatte viene gettato dalla più alta torre perché l'indovino di turno ne prevedeva una minaccia per il futuro.
    La profondità di tutto questo? A fare da sfondo a questi sacrifici compiuti dai folli greci creduloni, il coro che afferma che non esiste niente di soprannaturale.
    Bellissimo anche il litigio tra Pirro e Agamennone (quest'ultimo rifiutava di sacrificare Polissena) che arrivano anche agli insulti personali, vero fulcro delle passioni che si scontrano. Anche qui, bellissimi cori, in particolare quello che con saggezza analizza come il dolore condiviso con altri (le troiane si consolano) sia certamente meno atroce che non patirlo singolarmente.

    La lettura di questa tragedia necessita obbligatoriamente di avere conoscenze sull'Iliade, o comunque qualsiasi buon racconto sulla guerra di Troia (consiglio: "La Torcia" di Marion Zimmer Bradley).

    Fenicie

    Opera giunta incompleta, oltre a mancare totalmente la sezione centrale e finale, è infatti l'unica a non presentare i cori.
    Mancando il collante, la storia si presenta in due tronconi. Nel primo, un anzianissimo e cieco Edipo vuole togliersi la vita perché i suoi due figli sono in guerra e sente di aver generato una razza maledetta. Antigone, sua figlia (ma anche sorella...), cerca di dissuaderlo con una dolcezza infinita assicurandogli che si prenderà cura di lui e che non lo biasima dei suoi peccati, arrivando a promettere che se si toglierà la vita lei lo precederà. Antigone è a sorpresa un personaggio veramente bello che rimane alla memoria.
    Nella seconda parte, Giocasta cerca di fermare i suoi due figli che si stanno facendo battaglia, gettandosi nel mezzo delle loro spade. L'assenza del finale potrebbe dare l'impressione che Giocasta riesca nell'intento, ma conoscendo Seneca, come minimo nella stesura finale (se mai c'è stata) i figli si uccidono a vicenda.

    Medea

    Ecco la vincitrice dello scettro di miglior protagonista femminile: Medea!
    Che donna. Femmina per eccellenza, completamente in preda della passione. Per amore lei non ha ostacoli. Compie delitti efferati, arrivando a massacrare il suo stesso fratello, convincendo due sorelle ad assassinare il padre. Spiana lei la strada a Giasone (quello del vello d'oro) il suo amato, compiendo delitti solo per aiutarlo e compiacerlo. Ma Giasone deve essere spaventato da Medea perché assieme al padre Creone la vogliono esiliare. Ma è quando Giasone torna a casa con la sua nuova concubina che in Medea scatta la follia più assoluta. Dopo molte riflessioni sull'atrocità da compiere, mentre viene incalzata dalla sua nutrice (in Seneca, ogni donna in preda alle passioni avrà sempre una nutrice che cerca di metterla sulla retta via), decide che il male da attuare sarà uccidere i suoi stessi figli davanti agli occhi di Giasone!

    Anche qui, come in Ercole Furioso, la follia è descritta in modo estremamente realistico e Medea diventa il simbolo della vendetta, pronta al male assoluto. Insomma un personaggio fantastico. L'uscita di scena poi lascia a bocca aperta, unica di questo genere e che merita l'effetto sorpresa.

    Fedra

    Anche Fedra è da stimare per la sua passione. Anche in questo caso è l'amore a generare la follia. Innamoratasi del suo figlio Ippolito (che poi è un figliastro ed è un idiota pseudo figlio dei fiori), anche lei viene tenuta lontano dai pericoli dalla nutrice, ma la passione è così smodata che Fedra si confessa direttamente a Ippolito. Lui la prende non bene (eufemismo è dire poco) e scappa via lontano. Fedra non è che si mette a piangere. Non è che cerca riparo. Fedra invece fa una di quelle rosicate per il due di picche ricevuto che scaturisce in quello che si avvicina di più a un simil-Shakespeare, cioè quelle tragedie nate a catena da equivoci drammatici. Accusando Ippolito di averla violentata, ella genera nel marito Teseo (sì, quello del minotauro) un tale odio verso il proprio figlio che gli lancia un anatema chiedendo l'aiuto degli dèi. Gli dèi lo ascoltano e Ippolito fa una fine che dire atroce è dire poco! L'atrocità di quanto gli accade è talmente alta che a un certo punto viene quasi da ridere per quante gliene succedono mentre il suo corpo finisce a brandelli sfiga su sfiga!

    C'è davvero così tanto da biasimare se c'è un amore sincero verso colui che tra l'altro non è nemmeno sangue del proprio sangue? Non fosse per la sua spregevole menzogna, Fedra sarebbe un personaggio da difendere per la sua passione.

    Edipo

    Sfatiamo il mito che "Edipo si è trombato la madre!". Bisognerebbe anche biasimare chi ha dato il nome di tale complesso "di Edipo". Edipo fa veramente compassione perché è un povero cristo che ha compiuto gesti contro natura esclusivamente perché ne era all'oscuro! Ha ucciso il padre? Non sapeva che fosse il padre! Ha in moglie la madre e ci ha fatto dei figli? Non sapeva che fosse la madre (infatti nemmeno lei lo sapeva)!
    Quindi tutti dovrebbero leggere Edipo e togliersi dalla testa l'idea che fosse un pervertito: è stato solo sfortunato, si sa che se gli dèi si accaniscono non c'è scampo.
    Ma che non passi comunque alla storia che fosse uno stinco di santo: ha ucciso un vecchio (che poi si scoprirà fosse il padre) solo perché lui, anziano, aveva osato di intralciare la strada a lui, giovane. E' luogo comune pensare che nell'antichità l'anzianità fosse oltremodo rispettata, invece...

    Altra curiosità: Giocasta, quando scopre di essere la madre del marito, si uccide. Eppure nelle "Fenicie", lei è anziana e ancora viva per cercare di fermare i suoi figli in guerra.

    Agamennone

    Interessantissimo dietro le quinte della morte di Agamennone al suo ritorno da Troia.

    Ovviamente qui la vittima delle passioni è Clitennestra, che trasale al pensiero di avere una schiava di Troia come concubina in casa sua. Avendo già un'amante, escogita di uccidere Agamennone, che verrà non solo banalmente pugnalato, ma Seneca ovviamente non poteva trattenersi dal descrivere la sua morte simile a un maiale scannato, con Agamennone ingannato mentre di solleva la veste e rimane quindi cieco e senza poter muovere le braccia viene pugnalato con atrocità e a un certo punto interviene addirittura l'amante di Clitennestra con tanto di ascia bipenne ad accentuare la scena sanguinaria!

    Fa capolino anche la mitica Cassandra, poco presente ma quando c'è lei è sempre un punto in più e omaggia di una sua visione in diretta, la più chiara mai avuta, che descrive per filo e per segno come morrà di lì a pochissimo Agamennone. Ma figuriamoci se qualcuno le crederà mai. Fantastica.

    Tieste

    Ed ecco il racconto che detiene il record di miglior scena truculenta (insieme allo spappolamento di Ippolito in Fedra, ma qui non c'è niente di così fantozziano), la tragedia che abbandona il thrilling e si adagia sull'horror!

    Tieste ha danneggiato in passato la vita al fratello Atreo, adescandogli la moglie e vari altri problemi. Atreo è diventato re e prova un odio viscerale, immenso, nei confronti del fratello e sogna di fargliela pagare nel peggiore dei modi. Così si inventa la punizione più atroce: adescare Tieste fingendo di volerlo perdonare e fare re insieme a lui e durante i festeggiamenti offrigli in pasto i propri figli!

    E' il delirio: Tra squartamenti chirurgici (beh, doveva pur sempre apparire come un pasto corretto), fegati che sfrigolano nelle pentole, viscere bollite o arrosto... regna lo splatter più assoluto. Solo Alda Teodorani potrebbe essere in grado di descrivere scene più voltastomaco di questa.
    E non è finita, perché mentre allegramente Tieste si gusta il suo pasto ignaro, chiede ad Atreo di vedere i figli ed egli lo accontenta, ritornando con le loro teste in mano! Qualcosa di veramente disturbante, specie se associato ai discorsi che i due si scambiano prima e dopo.
    Sarebbe bello vedere Atreo sposato con Medea: la coppia di vendicatori assassini definitiva!

    Ercole sull'Eta

    Anche Ercole può morire. E nella maniera più ignobile per lui: per mano di una donna. Sua moglie gli aveva infatti tessuto una veste imbevuta di sangue di Centauro a scopo di fare un incantesimo d'amore (non voleva che Ercole si innamorasse della sua nuova concubina). Peccato che quel Centauro dal quale il sangue sgorgò, fosse stato ucciso da Ercole utilizzando delle freccie intinte nel veleno dell'Idra! Quindi una volta indossata la veste, il veleno traspira nella pelle di Ercole e... per la prima volta nella storia si assisterà ad Ercole che urla di dolore e addirittura piange mentre il suo corpo si decompone pezzo dopo pezzo fino alle ossa, il tutto descritto sempre in maniera morbosa dal buon Seneca.
    Ma da maschio orgoglioso qual è Ercole, invece di aspettare la morte certa per il veleno di una donna, egli decide di recarsi sul monte Eta e da lì ergere un rogo dove, dopo un monologo sulla virtù, egli si getterà.

    Ottavia

    Unica tragedia non greca, ma ambientata a Roma, che vede Ottavia moglie di Nerone, spodestata dalla concubina Poppea.
    Dopo la lettura, si può affermare certamente che sia apocrifa, in quanto ci sono veramente troppi elementi che non possono essere attribuiti a fortunose coincidenze sul futuro, Seneca infatti morì prima che Nerone desse fuoco a Roma, più altri elementi che non poteva conoscere. Anche la struttura, dopo aver letto le altre tragedie, è un po' diversa dal Seneca originale (l'ombra dei defunti al centro anziché a inizio tragedia, doppio coro con pareri discordanti, ecc...) e sorprende il fatto che uno dei protagonisti della vicenda sia proprio Seneca, che di Nerone fu infatti l'educatore.
    Dopo aver letto le tragedie di Seneca, di certo non si rimane poi così stupiti se Nerone divenne un crudele tiranno folle omicida...

    In conclusione, pur essendo una lettura che non deve spaventare il lettore poco avvezzo ai classici, anche le tragedie di Seneca presentano alcuni ostacoli che ne rendono un po' faticoso l'approccio. Se da un lato i dialoghi serrati sono di una scorrevoli e avvincenti, essendo opere teatrali classiche, le tragedie presentano dei cori. Questi cori sono da considerarsi la parte più poetica dell'opera e innalzano la qualità di tragedie che altrimenti non offrono niente di così liricamente indimenticabile. Sono di difficile lettura non solo per la complessa prosa, ma ancor di più perché contendono riferimenti a fatti, luoghi e personaggi solo raramente sono supportati da note a margine, che lasciano un lettore senza un'ampia conoscenza classica (dalla mitologia alla geografia), del tutto spaesato. Inoltre, anche se questo salta fuori e reca disturbo solo leggendo le tragedie tutte d'un fiato, è da segnalare come siano oltremodo ripetitivi alcuni elementi, sia nei cori sia nelle imprecazioni dei personaggi: è sempre la solita manciata di dèi; sono sempre i soliti mari, monti, fiumi e venti; sono sempre il sole e la luna ad essere usati come metafora o chiamati in causa.

    Il consiglio è quello di avvicinarsi a una raccolta come questa leggendo una tragedia alla volta, alternando con altre letture in modo da evitare di recarsi frustrazione nel sommare troppe parentesi un po' pesanti, tra uno scorrimento di sangue e l'altro.

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    Posted on Sep 23, 2009 | 3 feedbacks

Cover of La rivincita di Gemma
  • 27 people find this helpful

    Creature del cielo

    Ecco arrivati al termine di questa trilogia, che nonostante nel termine "new gothic" si sottintenda una sorta di revival, presenta innovazioni e coinvolgimento tra i massimi esponenti del genere. Prima di tutto un plauso va fatto sicuramente al suo essere una saga femminile al 100%, con davvero poch ... (continue)

    Ecco arrivati al termine di questa trilogia, che nonostante nel termine "new gothic" si sottintenda una sorta di revival, presenta innovazioni e coinvolgimento tra i massimi esponenti del genere. Prima di tutto un plauso va fatto sicuramente al suo essere una saga femminile al 100%, con davvero pochi intrusi maschili che mai offuscano un punto di vista meraviglioso come solo può essere una vicenda quando la prospettiva è donna.
    La questione è semplice, non solo "La rivincita di Gemma" chiude una gran bella trilogia, ma ne è anche il migliore esponente. Non deve essere stato affatto facile allestire un tomo del genere, con mille fili conduttori e un finale che a differenza della classica risoluzione della vicenda nelle ultimissime pagine, qui parte con ben 200 pagine finali appassionanti, come d'altronde lo sono anche le precedenti. Sono veramente pochi i momenti di stanca e non è certo un romanzo pieno di filler, le cose da dire e da fare ce ne sono e Libba Bray sfrutta ogni pagina dando il meglio di sé. Un ottimo lavoro, non c'è l'ombra del romanzo su commissione editoriale, il successo oltreoceano è stato largamente meritato, mentre per quanto riguarda l'Italia, è ancora fin troppo sottostimato in mezzo al nulla divagante offerto dai romanzacci modaioli senza idee che vanno per la maggiore.

    Il romanzo è ricco di riferimenti sull'ineluttabilità delle cose, eventi e situazioni non risolvibili neanche con la magia che per esempio non può né guarire né ricostruire. Per quanto semplice, questo concetto lo rende un buon romanzo di formazione e non sarà l'unica disillusione presente, anzi. C'è davvero poco di tranquillizzante e probabilmente su alcune cose si è deciso forzatamente di non calcare troppo la mano, considerando che di tragedie ne succedono più che abbastanza. Anche riguardo a scelte interiori, il messaggio è forte e ancora più forte perché portato da un nascente femminismo dell'epoca (ci sono anche riferimenti alle prime manifestazioni storiche), per esempio non si tratta mai niente come in una favola, se qualcuno ha desideri di libertà, è perfettamente a conoscenza anche dei prezzi da pagare. Maturità e fantasia si fondono quindi molto bene, il vero significato intrinseco degli young adult che si rispetti.

    Entrando nel merito dei protagonisti della vicenda, si può dire che:

    Gemma. La trilogia a suo nome sarà pure stata concepita più o meno ad arte, ma Gemma non è un'eroina da ricordare. Rimane così mediogirl, nonostante Libba faccia chiaramente capire che abbia delle idee "rivoluzionarie" rispetto all'epoca. Ma per questo c'è già Felicity che lo fa molto meglio. Sentire Gemma affermare con un tono in stile "I have a dream!!!" che sia meglio un cuscino ricamato in meno e un libro letto in più, non fa di certo venire i brividi...
    A ogni modo, è grazie all'intrigo creato dalla trama che la protagonista dà il meglio di sé. Gemma rispecchia perfettamente il lettore che segue il corso degli eventi. Non capiterà mai (grazie anche al tempo in prima persona presente con cui è scritto il romanzo) che chi sta leggendo prenda per stupida la protagonista che non si accorge di avvenimenti palesi, come a volte accade nei romanzi (magari gialli). Gemma è per il 90% del romanzo completamente frastornata e in balia degli eventi, così come il lettore. Questo non solo nel fatto di cercare indizi (veramente ben congegnati, con bei ragionamenti e scoperte per venirne a capo), ma in primo luogo per quanto riguarda le considerazioni sui Regni. Ora che Gemma ha tutta la magia cosa è meglio fare? Tenerla per sé? Condividerla con tutti? Ridarla all'Ordine? E se invece avessero ragione i membri del Rakshana? C'è veramente da scervellarsi e non si invidia Gemma che deve gestire questa situazione davvero al limite dell'insostenibile.

    Kartik. Un personaggio messo lì tanto perché la storia d'amore è obbligatoria se si vuole scrivere (pardon, pubblicare, che è ben diverso) uno young adult. E' sempre stato un misero personaggio schiacciato dalle preponderanti personalità femminili, ma in questo episodio raggiunge vette di inutilità che ancora non aveva raggiunto. Complimenti. Riesce infatti a: fare il doppiogioco più inutile della storia; comportarsi malissimo (non volendo usare parolacce) con Gemma per metà romanzo, rendendo tediosa ogni sua apparizione oltre al fatto che distoglie Gemma dai suoi già complicati ragionamenti; a far cadere se stesso e Gemma in trappola; e dulcis in fundo si mette a comportarsi come un leader in mezzo a luoghi e persone (osando anche squadrarle dall'alto in basso... ma chi diavolo ti credi di essere?) che ha visto mezza volta.
    E poi, sarà veramente così figo? La risposta è certamente no. Sarà belloccio, ma la sua divinizzazione di beltà avviene solo nella testa di Gemma piena di ormoni in tripudio. Questa affermazione non è campata in aria, perché se tale individuo fosse veramente così bello, perché mai nessun'altra ragazza lo nota (mentre sbavano per il primo muratore che passa)? La sola Felicity ci avrebbe messo mezzo secondo a impossessarsene se solo fosse risultato intrigante.

    Felicity. Da sempre il personaggio migliore, nonché la più bella, nonostante Libba Bray si spertichi da sempre nel definire Pippi come tale. In questo romanzo, ci ricorda la sua grande apprensione e solidarietà nei confronti della sorellastra in preda al padre pedofilo, argomento scottante del secondo episodio della saga. Inoltre, a dare definitivamente l'Oscar come miglior personaggio a Felicity, è la nuova rivelazione (subodorata e persino tradita in anticipo nella prima parte del romanzo in un passaggio piuttosto esplicito) che la vede bandiera anche di un'altra importante causa femminile a quei tempi ancora mal considerata. Tutti elementi questi che la tratteggiano meglio di chiunque altra e, per tutti quelli che accusano Felicity di essere diventata amica di Gemma solamente per la magia, beh, in questo romanzo si avrà addirittura la risposta a questo quesito, così semplice da lasciare spiazzata la stessa Gemma che glielo domanderà...

    Pippi. Finalmente viene dato un senso al suo personaggio, che poi sia un senso brutto e banale è un altro conto, ma perlomeno affascina da sempre col suo essere prima inquietante e un attimo dopo fedele amica. Uscirà finalmente fuori il suo intento. Salvando dalla corruzione delle Terre d'Inverno un gruppo di operaie morte in fabbrica durante un incendio e grazie allo splendido rapporto che ha con Felicity, si può dire che è in questo ultimo capitolo della trilogia che Pippi Cross da il meglio di sé.

    Ann. Un personaggio davvero strano, non si capisce se alla fine sia stato gestito bene o male il suo percorso, cosa fosse meglio fare di lei, se un'eroina tragica a emblema che non tutto si risolve in bene, oppure una novella Cenerentola? Alla lettura l'ardua sentenza. Nel frattempo regala perle comiche del tipo:

    <<

    Pip si toglie il fango dalle maniche. <<Che posto orribile. Mi sentivo sul collo il fiato caldo di qualcosa di marcio.>>

    <<Ero io>> confessa Ann.

    >> (pag. 331)

    Questo solo per citare i personaggi principali, ma in questo capitolo finale si sovrappongono tantissimi comprimari, prima su tutti Wilhelmina Wyatt -o meglio il suo spettro- che sarà protagonista costante di ogni visione di Gemma per tutto il romanzo, sarà lei a nascondere gli svariati segreti che porteranno alla rivelazione finale. Ma anche una serie di tanti altri personaggi (tra i più riusciti: Van Ripple e Fowlson), assolutamente tutti con una loro posizione utile nella scacchiera della trama, ognuno con un ruolo utile e da ricordare. Le uniche delusioni sono date dalla figura di Miss McClethy, che in "Angeli ribelli" fu invece molto interessante, qui si rivela fondamentalmente inutile, e di Circe, che incute timore e per quasi tutto il romanzo ed è protagonista di una scena altamente evocativa, ma poi di colpo si perde e il peso del suo personaggio viene meno. Nel calderone dell'inutilità è presente anche tutta la gestione delle ragazze della fabbrica (rincretiniscono Pippi e basta), compresa la bambina cieca messa lì per reclamare tenerezza nel lettore, ma che in fondo non ha assolutamente un ruolo né un'anima alla quale appassionarsi incondizionatamente.
    Finalmente compaiono sul serio i mitici dervisci rotanti, tormentone metaforico fin dal primo romanzo, vengono nientemeno che mostrati in azione!

    Veniamo ai punti dolenti, ma non troppo. Fondamentalmente siamo sempre lì, come fu perdonato nel primo ma irritante nel secondo libro: i Regni. In ogni romanzo, come in un'espansione di un videogame, vengono aggiunti dei tasselli per rendere i Regni più grandi. Si può anche dire con certezza che le descrizioni a volte sono anche molto evocative (come non citare in questo episodio, la mitica prima discesa nelle Terre d'Inverno a bordo di una nave vichinga, oppure il Castello di Pippi), ma dannazione, in questi cosiddetti Regni, se ne è accorto qualcuno che ci vivono in quattro gatti? Il bestiario è davvero imbarazzante: Una decina di Intoccabili (di cui, non riassumendole, non si ricordano nemmeno le origini e i motivi del loro aspetto bubbonico); le ninfe (prima cattive, poi aiutano il popolo della foresta... mah!); e questo "popolo della foresta" che a quanto pare non sono solo Centauri (di cui solo due sono stati descritti in tutta la trilogia), ma anche mutaforma (una sola, di cui Libba si dimentica in modo imbarazzante di scrivere che fine fa. Poi non si sa come alla fine sono i mutaforma sono di più) e... non si sa cosa altro, probabilmente degli esseri del tutto simili agli esseri umani perché Gemma non li ha mai descritti; una Gorgone; delle fatine mezze perfide dalla incerta provenienza.
    Creature messe nei Regni in modo disordinato, sembra che Libba Bray abbia sfogliato un libro illustrato di personaggi mitologici e abbia chiesto al figlioletto di scegliere quali gli piacevano e li ha piazzati nei regni. Non c'è nessuno studio sotto, nessun senso alla loro presenza, esistenza. A questo si possono aggiungere le creature delle Terre d'Inverno, ma c'è tanta confusione e se togliamo le uniche creature decenti di tutta la trilogia (i Guerrieri Papavero almeno non sembrano scelti a caso dal citato libro di mitologia) rimangono dei "Cercatori" che sembrano usciti da Harry Potter. Inoltre, in questi Regni non si capisce chiaramente se ci possano scorrazzare anime dei defunti o meno, se bisogna che essi mangino bacche (perché solo bacche poi? La mitologia delle Fate proibisce di mangiare o bere qualsiasi cosa se proprio si vuol essere puntigliosi). Come se non bastasse a gestire la questione delle anime dei defunti Libba ci infila anche le Tre (la tre Parche della mitologia) a incasinare ancora più le cose, dando la scelta ai defunti su cosa fare, se restare o andare nell'aldilà: perché allora se scelgono di rimanere e mangiano le bacche offerte spuntano dei denti aguzzi quando non è detto che siano malvagi ma devono solo risolvere questioni personali da bravi fantasmini? Che poi come le risolvono dato che stanno nei Regni e non tornano certo in vita?
    E poi ancora, l'ingresso alle Terre d'Inverno è inizialmente un cancello, c'è anche una simpatica miniquest (poco sfruttata però, poteva venir fuori una situazione più interessante, a scelta tra il drammatico o il comico) per entrare. Nelle scene successive viene citato come sempre aperto perché ormai la quest è stata completata. Ma di colpo questo cancello -il cui ingresso è via terra- sparisce! Se prima quello era l'unico ingresso per le Terre d'Inverno, adesso guarda caso ci passa direttamente il fiume e basta usare la Gorgone per arrivarci in un battibaleno.
    Insomma se si è in cerca di un fantasy sorretto da leggi solidissime, di certo leggere la saga di Gemma Doyle è la cosa più sbagliata da fare, lascia solo innervositi l'approssimazione dell'elemento fantastico.

    Come già nel secondo episodio, anche qui si abbandona la Spence Accademy for Young Ladies per esplorare la Londra vittoriana nei suoi aspetti più oscuri ma anche nei suoi aspetti più mondani. Tra intrighi e pomeriggi di tè tiepido e annacquato con le dame della Londra bene, non si sa cosa sia peggio (in senso positivo, ovviamente). I viaggi a Londra e sobborghi saranno però più brevi e sporadici perché torna grande protagonista la Spence, così come fu nel primo episodio. Sarà data anche una spiegazione all'aspetto così gotico (la voglia di prendere a selciate la traduzione che fin dal primo episodio si è sentita in dovere di tradurre "gargoyle" in "doccioni" ora si farà più grande per un certo motivo) di questa scuola che vedrà aprire i cantieri per la ricostruzione della famosa ala est.
    A proposito dell'ala est, un'altra piccola questione negativa riguarda il fatto che (questo avviene nelle prime pagine) vengono rinvenute delle strane rune piantate saldamente nel terreno durante gli scavi. Ora, Miss McClethy e Mrs Nightwing stanno cercando un ingresso segreto per i Regni proprio nell'ala est. Bene, anche un imbecille capirebbe, guardando quelle Rune, che sono come una scritta al neon lampeggiante con scritto "per i Regni passare da qui!!!". Invece le geniacce di insegnanti cosa fanno? Ignorano e dimenticano completamente questo "piccolo" particolare e continuano a aspettare la fine dei lavori (e nel frattempo Gemma -non così fessa- entra e esce dai Regni milioni di volte a loro insaputa, ovviamente).

    Tutto sommato, poco importa se i Regni hanno la profondità di una pozzanghera e i loro abitanti sono pochi e discutibili, quel che rimane è una storia comunque solidissima, specie in questo capitolo finale dove c'è tanto da dire e veramente poco fumo, ma solo molto arrosto. Leggere le pagine finali fa male, lascia addosso una triste, terribile ma dolcissima malinconia che fa capire come nonostante tutto a questa trilogia ci si è affezionati e ora fa dannatamente male vederle terminata. O forse solamente interrotta, i propositi del finale in fondo non sono poi così chiusi. Ma probabilmente è giusto ricordarla così, di saghe interminabili ce ne sono fin troppe, meglio tenersi strette quelle indimenticabili.

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    Posted on Aug 17, 2009 | 6 feedbacks

Cover of Sirene
  • 26 people find this helpful

    Sushi

    Passerà meno di un secolo quando il sole diventerà il peggior nemico dell'uomo. Il sole nero, così verrà chiamato quando l'inquinamento finirà per abbattere le ultime difese terrestri alle sue radiazioni. Ci sarà allora il cancro nero, inguaribile, contagiosa e rapida morte per gli esseri umani, i c ... (continue)

    Passerà meno di un secolo quando il sole diventerà il peggior nemico dell'uomo. Il sole nero, così verrà chiamato quando l'inquinamento finirà per abbattere le ultime difese terrestri alle sue radiazioni. Ci sarà allora il cancro nero, inguaribile, contagiosa e rapida morte per gli esseri umani, i cui più ricchi esponenti saranno costretti ad abitare in città sottomarine, mentre i poveri lasciati a morire sulla terraferma. Ma ecco le Sirene, una specie sottomarina sconosciuta immune al tumore, poteva essere l'erede del pianeta dopo la scomparsa dell'uomo. Ma purtroppo l'uomo si è accorto della loro esistenza e, come sempre, volendole dominare, ne ha conseguito la quasi estinzione. Perché le sirene sono solo carne da macello, utilizzate come cibo prelibato, allevate e poi mandate al macello appena dopo la riproduzione. Mucche del mare.

    E' questa la situazione, ed è il Giappone (che sembrerebbe l'epicentro del mondo) dominato dalla Yakuza l'ambientazione in cui si svolge il romanzo di Laura Pugno, scrittrice dalle ottime potenzialità.
    "Sirene" è un romanzo molto crudo, proprio come il sushi di sirena, quella "carne di mare" di cui si parla in continuazione nel romanzo. Non si tratta delle sirene del classico immaginario fantastico, sono effettivamente una specie animale, dalle fattezze -dalla cintola in su- solo abbozzate in modo umano, hanno le braccia (palmate), il seno, ma il volto è un qualcosa di simile a un ibrido tra una mucca e un pesce e sono dotate di dentatura affilatissima, pronta a divorare il maschio della specie (solo inutili fuchi come per le api) appena dopo l'accoppiamento. Creature "belle" e crudeli quindi, in un certo senso viene mantenuto integro l'aspetto della leggenda.
    Gli uomini ne sono completamente ammaliati, sia dal sapore della loro carne, sia nell'utilizzarle nei bordelli per pratiche sessuali. Sì, perché un'altra particolarità di queste sirene è che sono esseri anfibi -anche se predomina la parte acquatica, a differenza per esempio dei delfini, le sirene non hanno necessità di respirare ossigeno, ma sono in grado di farlo- e completamente mammiferi, infatti possiedono l'apparato sessuale simile all'uomo, con tanto di parto con placenta anziché uova.
    La crudezza con la quale sono descritti i soprusi alle sirene da parte della yakuza, che ne dirige l'allevamento in cattività, è la costante del romanzo, che infatti trasmette al lettore la sensazione di respirare in quelle atmosfere marine, ma un marino dall'aspetto malinconico e apocalittico, che lascia un sapore di "carne di mare" in bocca. Decisamente un punto a favore quando una storia riesce a trasmettere l'atmosfera in cui si svolge.

    Come si evince, un romanzo interessantissimo per tutti questi particolari sulle sirene viste in questo modo realistico e scientifico con un essenza fondamentalmente manga (di quelli per adulti), infatti in appendice al romanzo l'autrice cita come maggiore fonte di ispirazione i manga della serie <<Saga della Sirena>> di Rumiko Takahashi, oltre ad altri saggi, anche per lo spunto del cancro nero. Visto esclusivamente come una sorta di fantastico saggio è una vera e propria chicca, ma per quanto riguarda il plot, pur con qualche spunto interessante, non riesce a catturare completamente l'attenzione, tra l'altro rimanendo vago nella conclusione che punta molto sul lasciare che sia il lettore a pensare a cosa potrà succedere nel futuro dell'umanità.

    La stile adottato è di approccio difficoltoso, nelle prime pagine non è difficile sentirsi spaesati per le cose che vengono citate ma non chiarite, perché si utilizzano successivamente vari flashback che spiegano (quasi) tutto. Ci si fa abitudine verso metà romanzo, ma nonostante questo rimangano poco chiare o poco approfondite alcune cose (per esempio la Dea Sirena adorata da alcuni nuovi religiosi, o alcuni aspetti della gestione dei contagiati e la totale mancanza di una forza politica che non sia la yakuza). Troppa carne al fuoco per una storia così breve, la fantascienza pretende chiarimenti su parecchie cose per rivelarsi valida.

    Il vero problema però, risiede nell'avere scelto un protagonista maschile, per giunta yakuza, dal passato squallido e criminale che non ottiene di certo la simpatia solo perché nel presente è traumatizzato per la perdita della sua donna a causa del cancro nero. Un cinico, istintivo e senza nessuno scopo nella vita, il che potrebbe anche risultare "romantico", se ci fosse la pur minima empatia per lui. Certamente la storia, per il suo svolgimento, necessitava obbligatoriamente di un protagonista maschile, ma sicuramente la presenza di una figura femminile avrebbe giovato, donando più cuore alla vicenda, più grazia. Invece si seguono le gesta di questo individuo inutile che di mestiere fa lo sgozzatore di sirene per la yakuza, le frusta e le lega per farle accoppiare e morire, mentre prova zero sentimenti. Ma che bello... proprio un protagonista di cui affezionarsi.
    Ovviamente ci sarà l'espediente che mischierà un po' le carte, ma proprio non si riesce a provare pietà per un tipo del genere, con cui nemmeno sforzandosi si trovano punti in comune per emozionarsi o almeno fare il tifo per lui in qualche circostanza, tranne un pochino nel finale, ma neanche tanto.

    In conclusione, se si è in cerca di un bel romanzo che rielabora la figura della sirena, ne prende degli interessanti spunti fantascientifici e originali, in modo da voler sapere proprio tutto su questa meravigliosa specie (anche se trattata come animali della peggior risma) dove è il sesso femminile -giustamente!- a predominare su inutili maschi funzionali solo al momento della monta, questo è un romanzo validissimo. Il romanzo è breve e vale certamente la pena di leggerlo agli appassionati di sirene una volta nella vita.
    Se invece si sta cercando esclusivamente una bella storia sulle sirene, non per forza classiche, ma quantomeno una storia appassionante e fantastica in cui le sirene abbiano almeno l'intelligenza di un chihuahua (in questo romanzo i neuroni delle sirene potrebbero giocare a scacchi con quelli di un'ameba e probabilmente perdere), allora forse è meglio cercare altrove. Inoltre, se non si fosse capito, pur trattando di sirene non è assolutamente un romanzo adatto ai bambini, in quanto ricco di violenza, sesso e costante sensazione di inquietudine apocalittica.

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    Posted on Jul 24, 2009 | 4 feedbacks

Cover of Diario di una Sexista
  • 27 people find this helpful

    Non sono pronta

    Tutti fanno sesso, ma se qualcuno ne parla senza farsi problemi viene guardato con sospetto e paura. Anche a Luciana Cameli è successo e succede, forse è stata questa ipocrisia a far scaturire in lei il concetto di Sexismo.
    Ma cos'è il Sexismo? Cos'è una Sexista? Una Sexista è colei che cammina ... (continue)

    Tutti fanno sesso, ma se qualcuno ne parla senza farsi problemi viene guardato con sospetto e paura. Anche a Luciana Cameli è successo e succede, forse è stata questa ipocrisia a far scaturire in lei il concetto di Sexismo.
    Ma cos'è il Sexismo? Cos'è una Sexista? Una Sexista è colei che cammina in modo trasversale su qualsiasi forma di erotismo, esprimendosi attraverso qualsiasi forma d'arte. Si abbatte il concetto di normale o non normale, non esiste critica e non esiste giudizio o pregiudizio.
    Questo romanzo è quindi da intendere come parte di un discorso più ampio, di cui fanno parte altre forme di arte. "Diario di una Sexista" è il primo esponente della sezione letteraria.

    Tante belle parole, ma questa cosiddetta arte in questo romanzo c'è? La risposta è no.
    Vista la scarsa qualità dei racconti presenti nel blog dell'autrice, c'era da aspettarsi di molto ma molto peggio, invece, nonostante tutto, "Diario di una Sexista" risulta non essere un brutto libro ma si lascia leggere in modo molto scorrevole, grazie anche al suo piccolo formato cartaceo, i suoi piccoli caratteri, i suoi piccoli capitoli, i suoi brevi capoversi. Si leggono essenzialmente i primi 4 mesi del 2008 di Luciana Cameli, dove tra incontri erotici e sessuali si intravede anche il suo tipo di sensibilità, assai strano, ma che si sforza di far capire che anche una Sexista sa soffrire. In realtà, la cosa che più traspare è una boria di fondo, un fastidioso ripetere che lei "se ne frega" di tutto e di tutti per poi difendersi con "chi mi conosce sa come sono e mi vuole bene". Contenti loro. Di certo una ragazza bruttina non potrebbe permettersi di ragionare come lei, che però essendo femmina dominante e avvenente, non rischia certo di ritrovarsi sola. Insomma, non è quell'antipatia ironica dei romanzi di Genea, è proprio un modo di porsi e in effetti questo è un diario quindi sarebbe in fondo da fare i complimenti per essersi raccontata per come realmente è. Se non fosse che alcune parti del diario sono inventate. Infatti l'unica cosa ironica presente nel libro è anche la più memorabile: Dio non esiste perché non le manda mai sms. Carina questa.

    Il problema è che non lascia assolutamente nulla, non c'è nessun messaggio importante o nuovo. Il Sexismo in fondo è sempre esistito e anzi, i suoi concetti impallidiscono di fronte a reali rivoluzionari del sesso come fu per esempio Sade, o più semplicemente è un revival in chiave moderna (per via delle infinite pratiche erotiche presenti oggi) della libertà sessuale degli anni '70, con il sangue al posto dei fiori. Che poi tutto questo sangue che scorre ovunque è accennato ma questo diario non scaturisce nessuna morbosa curiosità a riguardo. Così come risulta non essere per nulla eccitante nemmeno come lettura erotica, nonostante il formato di stampa minuscolo darebbe l'impressione di essere realizzato proprio per essere letto con una mano sola (ci siamo capiti)...
    Sul lato della scrittura, non ci sono molti grossi errori e sarebbe da promuovere, ma anche in questo caso entra in scena il caratteraccio dell'autrice che alla fine, fregandosene quindi anche del povero lettore che ha acquistato il libro, afferma senza problemi un concetto del tipo: "Sì lo so che il libro è scritto male, ma è un diario e io non l'ho nemmeno riletto, io scrivo così e della mia imperfezione me ne frego". Affermazione agghiacciante per un prodotto che dovrebbe essere professionale come un romanzo. Per fortuna di orrori ortografici, come scritto, non ce ne sono tanti e a parte qualche tempo verbale degno di un calciatore, quello che più infastidisce nel testo in sé, rimangono delle frasi che vogliono essere dei piccoli motti di cui è infarcito il romanzo, che in molti casi non hanno alcun senso. Sono frasi impostate e pompose (tra l'altro evidenziate in neretto, come a dire: "leggete qui che figata di frase mi è venuta!", il risultato è che sembra un blog su carta e non è bello) dal fare poetico, come a scimmiottare la grande unica e inimitabile Isabella Santacroce, ma quando hanno senso sono fini a sé stesse raggiungendo a stento la qualità di tiepido aforisma, quando poi sbucano anche quelle con la rima baciata non c'è più nulla da salvare.

    Chissà, magari, vista la non orribile esposizione globale, abbandonando la formula del diario e provando a dare un anima e un senso a una storia del genere, l'autrice potrebbe riuscire in qualcosa di carino. Ma non tutti nascono Lolita Pille, nemmeno le Sexiste.

    Uno dei mille motti di Luciana Cameli è "Non sono pronta, ma sono pronta". Ma almeno dal punto di vista letterario, dopo la lettura di questo romanzo viene spontaneo modificare il motto in: "Non sono pronta".

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    Posted on Jul 17, 2009 | 1 feedback

Cover of Aphelion
  • 30 people find this helpful

    Turista fai da te? No Aphelion-tour?

    Finalmente, in mezzo a questa isteria di massa che ridicolizza sempre più i vampiri, rendendoli miseri protagonisti di romanzi rosa d'appendice di infima qualità, una scrittrice emergente, per lo più italiana, ha il coraggio e la capacità di scrivere una storia che li sappia valorizzare.
    Ci aveva g ... (continue)

    Finalmente, in mezzo a questa isteria di massa che ridicolizza sempre più i vampiri, rendendoli miseri protagonisti di romanzi rosa d'appendice di infima qualità, una scrittrice emergente, per lo più italiana, ha il coraggio e la capacità di scrivere una storia che li sappia valorizzare.
    Ci aveva già provato, con immenso successo, Lindqvist con il suo "Lasciamo entrare", che portava aria fresca nella stantia figura del vampiro fermo immobile agli standard di Anne Rice, dando al vampirismo una forma estremamente realistica priva dell'obsoleto romanticismo. Kristle Reed non arriva a tal punto, però, pur proponendo di base un prototipo di vampiro classico, ci aggiunge, anziché inutili novità per rendere il vampiro "per tutta famiglia", parecchio realismo e sopratutto non si adagia sulla figura del vampiro bello e lascivo, ma esplora nuove strade e lo fa con semplicità e genuinità riuscendo a farsi amare.

    Subito colpisce la trama di questo romanzo, la questione del vampiro usato in uno spettacolo di freak è un geniale e originale biglietto da visita che un vero estimatore di vampiri (quelli veri, non quelli che rappresentano il classico stalliere degli Harmony del nuovo millennio) non dovrebbe lasciarsi scappare. La vicenda è svolta nella New York del 1905, tale ambientazione non è solo un pretesto per sfruttare gli anni del dopo-Dracula, ma risulta possedere una buona validità storica nel modo in cui è narrata.

    Questi i vampiri protagonisti:

    Goran è un vampiro, ma lui non lo sa. Goran è infatti un ritardato mentale, oltre che straniero in terra straniera (non capisce l'inglese e nemmeno sa che si trova in America), catturato come un animale da uno spietato proprietario di un circo di freak. Ogni sera l'umiliazione di dover recitare la parte del "Malvagio Vampiro" subendo le reazioni non sempre passive degli spettatori spaventati.

    Ailis è la rossa protagonista femminile del romanzo, una fanciulla fermata per sempre all'età di 15 anni dal morso di Emil, con cui convive sempre in preda al dubbio che lui possa abbandonarla da un momento all'altro. E' lei che non potrà tollerare che un altro della loro razza, Goran, sia costretto all'umiliazione di stare in una gabbia. Se riuscisse a liberarlo, potrebbe aiutarla a vincere la sua solitudine?

    Non è dato sapere chi abbia trasformato Emil in un vampiro, nel microcosmo del romanzo quindi la sua funzione è quella di vampiro più esperto. La sua figura è interessante proprio per la sua poca empatia verso il prossimo (Ailis compresa), nel pensare solo a se stesso e alla sua eternità che per lui rappresenta l'affronto al tempo, alla morte, a Dio stesso.

    Come detto sono vampiri a base classica ma allo stesso tempo originali. Emil è odioso per la maggior parte del romanzo ma proprio per questo risulta molto interessante a un attento esame, il suo essere fin troppo vampiro lo rende non diverso da un serial killer e tronfio della sua immortalità a ogni alba fa a gara contro il sole per rientrare nel suo rifugio. Ailis è invece rimasta molto più umana e uccide solo per nutrirsi, soffre di solitudine, riflette sul suo passato e possiede un piccolo (e inutile) potere che affascina proprio perché è talmente semplice da apparire coerente e possibile. Ancora una volta la sensazione di realismo. Sensazione che si percepisce in special modo negli istinti bestiali che, lati umani o meno, invadono la mente di ogni vampiro quando esso a fame. Si assisterà quindi ad aggressioni verso inermi esseri umani (di ogni genere... uno in particolare rimarrà molto impresso) senza alcuna pietà, proprio a mostrare che non c'è romanticismo che tenga contro la fame mostruosa di un vampiro. Una scelta da applaudire per Kristle Reed, che ha senz'altro scritto la sua storia, senza appoggiarsi a nessuna moda, riuscendo nell'intento.

    E' però anche inutile negare che il personaggio di Goran, sia caratterizzato massicciamente da stereotipi del genere, il classico uomo ritardato che è dotato solo di bontà assoluta, non prova mai odio per nessuno e la sua ingenuità lo fa automaticamente amare dal lettore. Fortunatamente, pur raccontando fatti molto drammatici della sua storia che colpiscono al cuore, non strappa le lacrime a forza come avrebbe potuto fare, inoltre nel centro della vicenda compierà dei gesti che lo faranno rivalutare parecchio sotto questo punto di vista. Ma resta comunque l'ombra di un Forrest Gump qualsiasi.

    Il resto dei personaggi (il proprietario del circo e un paio di suoi fedeli), anche se inizialmente sembra il contrario, servono solo da sfondo allo svolgersi della vicenda, nonostante siano interessantissimi all'inizio e fondamentali alla fine.
    In proposito al finale, c'è da dire che il romanzo abbonda di originalità anche in questo, era da molto tempo che non si leggeva un epilogo del genere.

    Un romanzo che non vuole copiare nessuno, basandosi esclusivamente sulla leggenda più classica del vampiro ma sfruttando riflessioni originali e moderne, nonostante l'ambientazione di inizio '900 è ovviamente un romanzo attuale che mantiene però un fascino gotico. L'autrice sembra tenere a precisare questo, infatti ci sono puntigliosi appunti riguardo le ambientazioni. E qui si arriva all'unico piccolo difetto riscontrabile nel romanzo: le descrizioni. Sono bellissime. Sono interessanti. Sono accurate. Sono troppe. Non si può, in un romanzo di 160 pagine, far praticamente iniziare la storia a (oltre) metà libro perché prima si è divagato su:
    - vita morte e miracoli del proprietario del circo;
    - descrizione del circo; tutti i freak elencati per nome e per caratteristiche (da notare l'omaggio a Joseph Merrick -Elephant Man- al quale il romanzo è dedicato);
    - descrizione del parco dei divertimenti con dettagli sul funzionamento di parecchie attrazioni;
    - descrizione della spiaggia, e con spiaggia si intende la dettagliata esplorazione dall'orizzonte blu a ritroso fino ai cessi dietro la spiaggia;
    - descrizione di varie zone e quartieri di New York, dai quartieri poveri degli immigrati con spiegazione sul luogo dove si otteneva il permesso di soggiorno, fino ad arrivare a minuziosi termini architettonici per spiegare i monumenti più famosi, citando nome e cognome del costruttore della facciata del ponte di Brooklyn con vari aneddoti che lo riguardano;
    - Al cimitero monumentale di Greenwood sembrerà direttamente di esserci stati, viene descritto quasi lapide per lapide raccontando anche alcune storie sui morti.

    Ora, come anticipato, queste descrizioni sono accuratissime e bellissime, anzi meravigliose. Però sono tutte ammassate e dopo un po' arriva lo stress di rendersi conto che si sono lette tantissime pagine e nella trama non è successo niente di niente. Un bellissimo volantino di agenzia turistica, condito di storia. Un racconto breve annacquato quindi? Forse. Avrebbe potuto essere più concentrato e dinamico. Ma più probabilmente un romanzo che avrebbe avuto potenzialità per ampliare la sua trama, magari sfruttando di più le sottigliezze capaci da un uomo di potere come il proprietario del circo (per esempio scovare i vampiri, mettendoli così in crisi dando più azione alla storia), che dopo un inizio da potenziale cattivone della situazione, nel finale non viene nemmeno ricordato. Infatti, fosse stato un bel tomo di parecchie pagine, quelle splendide descrizioni sarebbero state bene accette e avrebbero impreziosito la storia rendendola memorabile.
    Memorabili però rimangono alcune sezioni poetiche, specialmente un capitolo dove si cerca di spiegare cosa sognano i vampiri. Affascinante. E cosa dire delle splendide riflessioni sull'eternità di cui è cosparso il romanzo? Sono ricche non solo di fascino, ma significative e che fanno riflettere, rendendo altamente consigliata la lettura del romanzo agli estimatori degli immortali.

    Scritto ovviamente in una terza persona che racconta i diversi punti di vista, "Aphelion" è diviso in tanti brevi capitoli (ben 64 capitoli per 165 pagine) che lo rendono utile per essere un libro "da viaggio", ma che in alcuni casi avrebbero potuto essere accorpati perché sono la normale continuazione del precedente. Minuzie ovviamente, come quella di citare la copertina con un pronunciato effetto pixel che comporta un aspetto un po' amatoriale alla presentazione del romanzo.
    Risulta infine piacevole verificare come "Aphelion" sia totalmente esente da errori di battitura o altre imperfezioni stilistiche, tipiche presenze all'interno di romanzi editi da piccole case editrici che non curano affatto l'editing.

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    Posted on Jul 14, 2009 | 6 feedbacks

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