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Poche parole che sanno trasmettere il senso dell'esistenza di un mondo intero dietro una serata di pioggia: è così che sento di definire lo stile di Graham Greene dopo aver letto questo romanzo.
Non si tratta di una storia d'amore, così come non si tratta del "comune amore umano": il comune c ... (continue)
Poche parole che sanno trasmettere il senso dell'esistenza di un mondo intero dietro una serata di pioggia: è così che sento di definire lo stile di Graham Greene dopo aver letto questo romanzo.
Non si tratta di una storia d'amore, così come non si tratta del "comune amore umano": il comune corrotto amore umano non serve che a vivere meglio, non è che uno strumento nelle mani degli uomini; questa storia è intrisa di un sentimento che non lascia vivere, che distrugge l'esistenza come neanche la guerra può fare, che è ossessione, paura della fine di qualcosa che si desidera troppo e della quale ci si sente immeritevoli, paura della solitudine, di quel "deserto" che, alla fine dell'amore, sempre attende quelli che hanno osato amare veramente.
L'amore, che non ha necessariamente bisogno di essere raccontato da chi l'ha vissuto, lascia spazio ad un desiderio talmente forte da distruggersi con la propria forza, e che nasce da una troppo netta consapevolezza di una fine che si rivela in ogni gesto, in ogni parola, nella possibilità dell'esistenza di un dio, nella malattia, nel tempo, dai quali ci si sente strappare la vita di mano senza rimedio. E' la consapevolezza della fine che uccide, non la fine in sé, poiché i sentimenti, per svanire, richiedono che ci sia sempre un uomo ad accompagnarli alla morte.
La traduzione ha il grande merito di rendere bene il sapore dei tempi in cui il libro è stato scritto, e soprattutto di quelli in cui è ambientato. In alcuni punti (pochi) non è del tutto fedele al testo, come io ritengo debba essere una traduzione, ma sono stata felice di constatare, leggendo il libro in lingua originale, che l'impressione generale che ne deriva è esattamente la stessa.
Fortunatamente il traduttore (che tra l'altro riesce in buona misura a rinunciare al protagonismo tipico della categoria) evita di trasformare il romanzo in un piatto manuale della lingua italiana, lasciando qua e là trasparire alcune comprensibilissime peculiarità della lingua inglese (che riflettono il modo di pensare di un popolo e di uno scrittore) e utilizzando belle parole antiche che lasciano intravedere la reale atmosfera degli anni Trenta e Quaranta del Novecento.
Trovo abbastanza ridicoli, addirittura fantasiosi, quei romanzi ambientati nell'Ottocento, scritti in stile 2000, che inevitabilmente (chissà come mai?!) non riescono a penetrare a fondo i tempi e i luoghi di cui trattano.
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