Guerra e pace
by Lev Nikolaevič Tolstoj
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La piú autentica epopea narrativa della letteratura moderna. Sullo sfondo della crisi europea degli inizi dell'Ottocento, si intrecciano le vicende dei membri di due famiglie dell'alta nobiltà russa, i Bolkonskij e i Rostov, fra i quali emergono le figure di Natasha Rostova, Andrej Bolkonskij e Pier... More

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AdiburAdibur wrote a review
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Siamo nei primi anni del XIX secolo. Tra Mosca e Pietroburgo si svolgono le vicende di alcune famiglie di nobili origini. Matrimoni, legami di affari, amicizia, convenienza sociale, culto religioso, legano tra loro i vari componenti, mentre sullo sfondo si staglia la figura di Napoleone che, come un ciclone, sta travolgendo l’Europa intera accingendosi ad annettere al suo impero anche la Russia.
Mi sono avvicinata alla lettura di questo romanzo con grandi aspettative considerando che amo molto i polpettoni ottocenteschi in cui la storia è ben radicata sullo sfondo. Purtroppo però dopo le prime duecento pagine mi sono ritrovata a considerare la lettura di quest’opera monumentale, un vero e proprio lavoro da fare più per obbligo che per piacere. La lettura è stata lentissima, l’ ho spesso messo da parte e ripreso. Una fatica portarlo a termine! Perché? Innanzi tutto perché non si tratta, a mio giudizio, di un romanzo nel senso classico del termine. Le vicende dei Rostov, dei Bolkonskj, dei Bezuchov sono marginali rispetto alle guerre napoleoniche che detengono lo spazio maggiore. Pagine, pagine e pagine sono dedicate alle dinamiche delle battaglie, alla discussione delle strategie militari, alle riflessioni dei generali di entrambi gli schieramenti. Pesantissimo, almeno per me che non nutro interesse per questi argomenti. Più che di un romanzo si tratta poi di un saggio filosofico e religioso sui molteplici aspetti della condizione umana. Ogni scelta, ogni decisione, ogni gesto di un qualsiasi personaggio viene analizzato, sezionato, sviscerato in una disamina pedante e monotona. Le vicende dei personaggi sono troppo spesso interrotte da trattati di botanica, di musica, di agricoltura, di bon ton….e chi più ne ha, più ne metta. Insomma, ogni aspetto della vita passa sotto l’osservazione attenta e indagatrice di una lente che scruta in modo incessante e insistente. Certo, ci sono delle bellissime pagine dove l'autore si rivela in tutta la sua magnificenza, ma non mi sono bastate per dare un giudizio maggiormente positivo all'intera opera. Non mi permetto di giudicare l’opera di un grande scrittore come Tolstoj, ma sicuramente non rimarrà in me un bel ricordo da questa lettura se non la fatica (e anche un po’ la soddisfazione) per averla portata a termine.
CiungalaCiungala wrote a review
01
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“Il principe Andrea diceva che la felicità non è che negativa; ma lo diceva con una sfumatura di amara ironia. Pareva esprimere il pensiero di un altro, affermando che tutte le nostre aspirazioni ad una felicità reale non ci son date che per nostro tormento. Ma Piero, in perfetta buona fede, riconosceva ora che la cosa stava proprio così. L’assenza di ogni dolore, la soddisfazione dei bisogni, la conseguente libertà di scegliersi un’occupazione, un metodo di vita, gli si presentavano ora come la quintessenza della felicità umana. Qui, ora soltanto, per la prima volta, egli apprezzava pienamente quando ne avea voglia, del sonno se volea dormire, del caldo se sentiva freddo, della conversazione quando gli piacea parlare e udire voce di uomo. La soddisfazione dei bisogni – il buon cibo, la nettezza, la libertà – ora che n’era privo, gli procurava un vero benessere, e la scelta d’un sistema di vita, ora che quella scelta era così limitata, gli parea così facile da non fargli pensare che è appunto l’abbondanza degli agi quella che distrugge tutto il piacere di soddisfare le proprie esigenze, e che la piena padronanza di eleggersi un metodo di vita, quella padronanza che gli davano l’istruzione, le ricchezze, la posizione sociale, è appunto quella che rende la scelta difficilissima e annulla lo stesso bisogno e la possibilità di una qualunque occupazione. 
Tutti i suoi sogni si volgevano al tempo in cui sarebbe tornato libero. Eppure in seguito, per tutto il corso della vita, non gli uscì di mente quel mese di prigionia, e ne parlava con entusiasmo, rammentando le irrevocabili impressioni forti e gradite, la tranquillità di spirito, la illimitata libertà di pensiero, sperimentate solo in quel periodo.

“Quando il primo giorno, di buon mattino, uscì dalla baracca, e vide le cupole scure e le croci del monastero di Novodievic, la brina lucente sull’erba polverosa, le vette dei colli, la riva boscosa del fiume che si perdeva serpeggiando nella grigia lontananza; quando sentì il tocco dell’aria frizzante e udì stormir le ali dei corvi che da Mosca si gettavano sui campi, e quando poi di botto eruppe la luce in oriente e spuntò maestoso il sole di dietro una nuvola, e ogni cosa scintillò in quella gloria di raggi, le cupole, le croci, la brina, il fiume, i boschi lontani, un senso nuovo lo prese di gioia ineffabile e di pienezza di vita.”

Passi di
Guerra e pace
Lev Tolstoj
Carlo MenzingerCarlo Menzinger wrote a review
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L’UCRONIA E LA SCIENZA DELLA STORIA IN TOLSTOJ
Era da un po’ che mi ripromettevo di rileggere “Guerra e pace” di Lev Tolstoj, l’immane romanzo che narra, principalmente, la storia di due famiglie, i Bolkonskij e i Rostov, tra le guerre napoleoniche, la campagna napoleonica in Russia del 1812.
Se posso leggo in e-book e in modalità TTS, ma questo libro, avendo numerose parti in francese mal si presta al Text-to-Speech, che riconosce una sola lingua alla volta. Conosco a sufficienza il francese ma sentire la voce digitale che legge lunghe frasi in francese come se fossero in italiano mi disturba un po’. Speravo che la tecnologia riuscisse a superare il problema, ma non volendo aspettare troppo a lungo alla fine l’ho ascoltato con l’app @Voice del mio smartphone, nonostante ciò.

La prima sensazione di lettura, a parte questa problematica tecnica, è stata la scarsa presenza della guerra, soprattutto nella prima parte del volume. Prevalgono su scene di battaglia, scontri e strategie militari le vicende di vita quotidiana dei russi, fidanzamenti, eredità, ambizioni. In effetti, si parla assai più della società russa. Scopro allora che le parole russe per "pace" e "mondo" (nell'accezione di "società secolare") sono omofone, e in seguito alla riforma dell'ortografia russa del 1918 si scrivono anche allo stesso modo, il che ha dato origine alla leggenda che il manoscritto in principio si chiamasse "Война и міръ" e quindi il titolo del romanzo dovesse essere correttamente tradotto come "La guerra e il mondo", oppure "La guerra e la società", che forse sarebbe stato più corretto, visto il contenuto.
Peraltro, Tolstoj stesso tradusse il titolo in francese con “La guerre et la paix”, che dissipa ogni dubbio.
La guerra poi fa la sua comparsa ma resta spesso sullo sfondo, come contesto storico. Non se ne nota mai troppo la cruenza, efferatezza o violenza. Si tratta soprattutto della campagna di Russia di Napoleone Bonaparte. È spesso affrontata come una vicenda non troppo vicina, che riguarda il Paese, ma non troppo le singole vite dei personaggi, salvo alcuni più coinvolti.
Se Tolstoj parla di guerra è soprattutto per filosofeggiare in merito alla Storia e a quanto questa, secondo lui, non sia governata da singoli individui, siano pur essi l’imperatore Napoleone o lo zar. Si accanisce in particolar modo nello smontare la figura del condottiero francese, sostenendo come gli esiti ora fausti ora infausti delle sue mosse non siano mai dipesi dal suo presunto genio ma da una complessa combinazione di casi. Ascrive, anzi, una maggior influenza sulla Storia a nomi assai meno noti di comandanti russi. Appare difficile accettare in pieno questa tesi e immaginare, per esempio, una campagna di Russia non guidata da Napoleone.
Sorvolando sull’acrimonia verso l’invasore straniero, la sua volontà, assai apprezzabile, sembra quella di porre le basi per uno studio scientifico della Storia. Questa, per Tolstoj, non si dovrebbe lasciar distrarre dalle gesta e dalle biografie dei singoli uomini, ma seguire i flussi storici dei grandi eventi e dei moti popolari.
Gli pare, infatti, che “La storia moderna ha respinto le credenze degli antichi senza sostituirle con nuove concezioni e la logica della loro posizione ha costretto gli storici, che avevano apparentemente rinnegato il potere divino dei re e il fato degli antichi, a giungere per altra via allo stesso punto, all’ammissione cioè che: 1) i popoli sono guidati da singoli uomini; 2) esiste un determinato scopo verso il quale muovono i popoli e il genere umano.”
Tolstoj si chiede “Se il fine della storia è la descrizione del movimento dell’umanità e dei popoli, la prima domanda a cui occorre rispondere, altrimenti tutto il resto diventa incomprensibile, è la seguente: qual è la forza che muove i popoli?”
Concentra quindi la sua analisi su questa domanda, cadendo, a mio modestissimo avviso, nell’errore opposto di chi dava troppo peso alle grandi personalità: non evidenzia che la Storia è fatta dagli uomini e dalle loro scelte, che oggi, quindi, viviamo in questo tipo di mondo per effetto di infinite piccole scelte di innumerevoli persone che hanno orientato gli eventi in una data direzione, come ci insegna l’ucronia. Se, come narro ne “Il Colombo divergente”, il navigatore ligure, per effetto di un gesto di un indigeno avesse mutato la sua rotta finendo in territorio azteco, magari non avrebbe fatto ritorno comunicando la scoperta del nuovo mondo. Singoli micro-eventi determinano la Storia. Tra questi, quelli determinati da uomini con grande potere o posti in bivi importanti della Storia, hanno la capacità di influenzare fortemente il futuro. Non sarebbe stato possibile per Napoleone, per esempio, evitare di invadere la Russia? O decidere di fermarsi prima della disfatta? O Lasciare Mosca per tempo? Tolstoj sostiene di no, che ogni sua scelta fu determinata dalle circostanze. Io questo non lo credo.
Eppure lo stesso Tolstoj, più avanti, si avvicina a quest’idea quando afferma:
“Per la storia, il riconoscimento della libertà degli uomini come una forza che può influire sugli avvenimenti storici, cioè come una forza non soggetta a leggi, è la stessa cosa che per l’astronomia il riconoscimento della libera forza di movimento delle forze celesti.”
Se, dunque, la Storia fosse frutto della libertà degli uomini, questo vorrebbe dire che ogni nostra scelta ne muta il corso, proprio come insegna l’ucronia: la Storia passata non può essere mutata ma che sia andata come andata è tutt’altro che scontato e avrebbe potuto benissimo prendere un corso ben diverso.
Tolstoj, però, sembra legato a una visione deterministica in cui vi è quasi un destino immutabile, seppur non voluto da forze ultraterrene, ma da un flusso generale degli eventi.
Scrive, infatti: “Solo limitando questa libertà all’infinito, considerandola cioè come una grandezza infinitamente piccola, noi ci convinceremo dell’assoluta inaccessibilità delle cause, e allora, invece di andare alla ricerca delle cause, la storia si porrà come compito la ricerca delle leggi.”
E, soprattutto: “E se la storia ha per oggetto lo studio del movimento dei popoli e dell’umanità e non la descrizione di episodi tratti dalla vita degli uomini, essa deve, eliminando il concetto di causa, ricercare le leggi che siano comuni a tutti gli elementi infinitamente piccoli, eguali fra loro e indissolubilmente legati fra loro dalla libertà.”
Ha ragione? Presumibilmente sì, nel senso che se è vero che la Storia è il frutto di infinite decisioni e di infiniti micro-eventi, ci sono dei fenomeni che tendono a orientarla in date direzioni, come delle scelte che non potranno essere assunte se prima ne sono state prese delle altre che hanno spostato la Storia in una diversa direzione. Riusciremo, allora, mai ad avere una Scienza della Storia capace di prevederne gli sviluppi futuri e non solo di limitarsi a prendere atto di quanto è già successo. Avremo mai qualcosa di simile alla Psicostoria asimoviana? Se riusciremo ad applicare adeguate teorie avvalendoci dei moderni strumenti informatici e delle loro sempre crescenti capacità di calcolo, non è da escludersi un significativo progresso in tal senso. Dovremo allora rendere onore a Tolstoj (e ad Asimov) per aver, tra i primi riflettuto in tal senso in questo romanzo scritto tra il 1863 e il 1869.
Ovviamente, tralascio qui di parlare dell’importanza di “Guerra e pace” come grande opera epica “moderna”, della sua importante costruzione come romanzo corale e delle altre caratteristiche dell’opera di cui molti hanno già abbondantemente scritto.
Un ultimo commento da modesto e semplice lettore è che resta ancora un’opera, seppur impegnativa per la sua vastità, che anche oggi si legge bene e con piacere, cosa che non oserei dire dei romanzi del suo connazionale Fëdor Dostoevskij, assai diversamente prolisso.