Il nazista e il ribelle
by Andrea Cominini
(*)(*)( )( )( )(2)

l'affabulatore's Review

l'affabulatorel'affabulatore wrote a review
13
(*)( )( )( )( )
Un brutto libro

Questo libro ha destato un certo scalpore in Valle Camonica, zona d'origine dell'autore Cominini e del prefatore Franzinelli (storico del fascismo di una certa fama) ma anche e soprattutto delle drammatiche vicende narrate. Scalpore che ha trovato forma in alcuni scambi scritti, su giornali e blog, in cui sostanzialmente l'autore e il famoso prefatore si sono trincerati dietro a un altezzoso disdegno dai risvolti a volte grotteschi, come quando Franzinelli ha inveito contro il presunto anonimato di un recensore digitale minacciando ricorsi alla stampa locale (la cui efficacia era chiara soltanto a lui), e altre maleducati, come la risposta dell'autore alle critiche negative sul giornale locale Graffiti (associazionegraffiti.blogspot.com/2021/03/cominini-risponde-panighetti-il-mio.html). Invece, avremmo tutti beneficiato da una risposta chiara di autore e prefatore, a cui sono state rivolte precise critiche sul contenuto e i metodi della ricerca storica dietro al libro. All'autore vengono rimproverate goffaggine e ingenuità: il libro vorrebbe essere la più precisa ricostruzione storica possibile delle vicende che nel 1945 portarono l'ufficiale della Wehrmacht Werner Maraun, responsabile dell'intelligence antipartigiana, e il partigiano Bortolo Bigatti "Móha" a essere giustiziati nello stesso luogo - la piazza centrale del piccolo paese camuno di Esine - a pochi mesi di distanza. Lo scopo di tale ricerca sarebbe quello di scoprire le motivazioni che spinsero un uomo colto e pacifico come Maraun a eseguire gli ordini più infimi (come l'esecuzione di Móha) fino all'ultimo (attardarsi a eliminare alcuni documenti compromettenti per il comando tedesco di Boario gli sarà fatale). Peccato che l'autore non raggiunga questo scopo; anzi, con le sue conclusioni non fa altro che confermare la tesi del tedesco che ha scelto volontariamente la parte sbagliata della Storia, come l'avvocato Panighetti gli rimprovera in una lettera aperta (associazionegraffiti.blogspot.com/2021/03/alberto-panighetti-ad-andrea-cominini.html) a cui Cominini sa rispondere solo con boria. L'errore più grave dell'autore, che Franzinelli avrebbe dovuto segnalare anche solo per onestà nei confronti del suo stesso mestiere, è un uso parziale delle fonti: Cominini si accinge alla ricerca spinto dalla curiosità delle storie sentite dal nonno, quando era piccolo (e qui nulla da obiettare); ma si fa poi coinvolgere troppo dalla figlia di Maraun, con la quale entra in contatto epistolare e dai cui ricordi - per forza di cose influenzati dal suo punto di vista di figlia - si fa fuorviare. Non ci sarebbe nulla di male se l'autore avesse contestualizzato il tutto in una cornice storica obiettiva; al contrario, è fin troppo evidente il pathos che certe scene e descrizioni suscitano. Incapace, in sostanza, di bilanciare il suo ruolo di persecutore spietato di partigiani e pericolosa spia con quello di ottimo padre di famiglia, buono e tenero (che addirittura avrebbe spedito alla famiglia una poltroncina del Louvre e che avrebbe maturato l'odio antipartigiano durante la campagna tedesca in Russia), a Cominini non resta che la più banale delle conclusioni: senza la guerra, né Maraun né Móha sarebbero mai morti. E, sempre per cercare di limitarne le responsabilità (cosa che però, come accennavo, egli stesso sconfessa ricostruendo la carriera militare di Maraun), ecco invece una ricostruzione a dir poco negativa delle azioni del partigiano Móha. Se Maraun combatteva dalla parte sbagliata pur essendo un uomo buono, Móha combatteva sì dalla parte giusta ma - leggiamo tra le righe - era uno scavezzacollo irresponsabile che la morte è andata a cercarsela. E pazienza se ancora una volta, ricostruendo i dettagli della sua esecuzione, Cominini ne enfatizzi invece l'estremo eroismo: condotto in paese e obbligato a rivelare nomi degli altri partigiani, Móha riesce con alcuni abili trucchi a non tradire nessuno. La ricostruzione della fine di Maraun, invece, aggiunge inutili ombre: invece di sottolineare la rabbia - storicamente giustificata - della popolazione locale, Cominini insiste a sostenere la tesi che il linciaggio di Maraun sarebbe stato pilotato da chi tra i partigiani e la popolazione locale aveva tutto l'interesse a che tacesse sull'identità delle spie locali. Tesi per nulla peregrina, anzi; ma che Cominini abbozza senza menzionare nessuna fonte o documento provante, limitandosi a ripeterla in continuazione e così a gettare fango sui partigiani incaricati di condurlo nelle carceri di Esine.
Cominini vorrebbe insomma spiegare la banalità del male: ne aveva l'opportunità, ma l'ha sprecata preferendo tacere sempre sull'unica, cristallina verità di tutta questa vicenda. Ovvero che dietro ai loro omicidi stanno le loro scelte: Maraun scelse il nazismo e Móha, pur non essendo altrettanto colto, capì in fretta che fascismo e nazismo erano l'ennesima faccia dell'oppressione del forte sul debole. E scelse dunque l'unica via per combatterla, esponendosi in azioni coraggiose sempre in prima persona (azioni che Cominini, appunto, ricostruisce). Non rimprovero all'autore inesistenti simpatie naziste, da cui lui stesso invece continua a professarsi innocente travisando il senso delle critiche rivoltegli; gli rimprovero invece di aver condotto un'operazione alla Giampaolo Pansa, che mette sullo stesso piano vittime e carnefici, e di cavalcarla con un protagonismo nauseante, come i suoi post sui social network dimostrano.
Un'ultima nota: Mimesis pubblica solitamente ottimi libri; non si capisce il motivo di mandare in libreria un prodotto come questo, che non sembra essere stato nemmeno sottoposto al più elementare degli editing. La firma di Franzinelli non basta (e, anzi, anche su quella continuo a interrogarmi).
l'affabulatorel'affabulatore wrote a review
13
(*)( )( )( )( )
Un brutto libro

Questo libro ha destato un certo scalpore in Valle Camonica, zona d'origine dell'autore Cominini e del prefatore Franzinelli (storico del fascismo di una certa fama) ma anche e soprattutto delle drammatiche vicende narrate. Scalpore che ha trovato forma in alcuni scambi scritti, su giornali e blog, in cui sostanzialmente l'autore e il famoso prefatore si sono trincerati dietro a un altezzoso disdegno dai risvolti a volte grotteschi, come quando Franzinelli ha inveito contro il presunto anonimato di un recensore digitale minacciando ricorsi alla stampa locale (la cui efficacia era chiara soltanto a lui), e altre maleducati, come la risposta dell'autore alle critiche negative sul giornale locale Graffiti (
associazionegraffiti.blogspot.com/2021/03/cominini-risponde-panighetti-il-mio.html). Invece, avremmo tutti beneficiato da una risposta chiara di autore e prefatore, a cui sono state rivolte precise critiche sul contenuto e i metodi della ricerca storica dietro al libro. All'autore vengono rimproverate goffaggine e ingenuità: il libro vorrebbe essere la più precisa ricostruzione storica possibile delle vicende che nel 1945 portarono l'ufficiale della Wehrmacht Werner Maraun, responsabile dell'intelligence antipartigiana, e il partigiano Bortolo Bigatti "Móha" a essere giustiziati nello stesso luogo - la piazza centrale del piccolo paese camuno di Esine - a pochi mesi di distanza. Lo scopo di tale ricerca sarebbe quello di scoprire le motivazioni che spinsero un uomo colto e pacifico come Maraun a eseguire gli ordini più infimi (come l'esecuzione di Móha) fino all'ultimo (attardarsi a eliminare alcuni documenti compromettenti per il comando tedesco di Boario gli sarà fatale). Peccato che l'autore non raggiunga questo scopo; anzi, con le sue conclusioni non fa altro che confermare la tesi del tedesco che ha scelto volontariamente la parte sbagliata della Storia, come l'avvocato Panighetti gli rimprovera in una lettera aperta (associazionegraffiti.blogspot.com/2021/03/alberto-panighetti-ad-andrea-cominini.html) a cui Cominini sa rispondere solo con boria. L'errore più grave dell'autore, che Franzinelli avrebbe dovuto segnalare anche solo per onestà nei confronti del suo stesso mestiere, è un uso parziale delle fonti: Cominini si accinge alla ricerca spinto dalla curiosità delle storie sentite dal nonno, quando era piccolo (e qui nulla da obiettare); ma si fa poi coinvolgere troppo dalla figlia di Maraun, con la quale entra in contatto epistolare e dai cui ricordi - per forza di cose influenzati dal suo punto di vista di figlia - si fa fuorviare. Non ci sarebbe nulla di male se l'autore avesse contestualizzato il tutto in una cornice storica obiettiva; al contrario, è fin troppo evidente il pathos che certe scene e descrizioni suscitano. Incapace, in sostanza, di bilanciare il suo ruolo di persecutore spietato di partigiani e pericolosa spia con quello di ottimo padre di famiglia, buono e tenero (che addirittura avrebbe spedito alla famiglia una poltroncina del Louvre e che avrebbe maturato l'odio antipartigiano durante la campagna tedesca in Russia), a Cominini non resta che la più banale delle conclusioni: senza la guerra, né Maraun né Móha sarebbero mai morti. E, sempre per cercare di limitarne le responsabilità (cosa che però, come accennavo, egli stesso sconfessa ricostruendo la carriera militare di Maraun), ecco invece una ricostruzione a dir poco negativa delle azioni del partigiano Móha. Se Maraun combatteva dalla parte sbagliata pur essendo un uomo buono, Móha combatteva sì dalla parte giusta ma - leggiamo tra le righe - era uno scavezzacollo irresponsabile che la morte è andata a cercarsela. E pazienza se ancora una volta, ricostruendo i dettagli della sua esecuzione, Cominini ne enfatizzi invece l'estremo eroismo: condotto in paese e obbligato a rivelare nomi degli altri partigiani, Móha riesce con alcuni abili trucchi a non tradire nessuno. La ricostruzione della fine di Maraun, invece, aggiunge inutili ombre: invece di sottolineare la rabbia - storicamente giustificata - della popolazione locale, Cominini insiste a sostenere la tesi che il linciaggio di Maraun sarebbe stato pilotato da chi tra i partigiani e la popolazione locale aveva tutto l'interesse a che tacesse sull'identità delle spie locali. Tesi per nulla peregrina, anzi; ma che Cominini abbozza senza menzionare nessuna fonte o documento provante, limitandosi a ripeterla in continuazione e così a gettare fango sui partigiani incaricati di condurlo nelle carceri di Esine.
Cominini vorrebbe insomma spiegare la banalità del male: ne aveva l'opportunità, ma l'ha sprecata preferendo tacere sempre sull'unica, cristallina verità di tutta questa vicenda. Ovvero che dietro ai loro omicidi stanno le loro scelte: Maraun scelse il nazismo e Móha, pur non essendo altrettanto colto, capì in fretta che fascismo e nazismo erano l'ennesima faccia dell'oppressione del forte sul debole. E scelse dunque l'unica via per combatterla, esponendosi in azioni coraggiose sempre in prima persona (azioni che Cominini, appunto, ricostruisce). Non rimprovero all'autore inesistenti simpatie naziste, da cui lui stesso invece continua a professarsi innocente travisando il senso delle critiche rivoltegli; gli rimprovero invece di aver condotto un'operazione alla Giampaolo Pansa, che mette sullo stesso piano vittime e carnefici, e di cavalcarla con un protagonismo nauseante, come i suoi post sui social network dimostrano.
Un'ultima nota: Mimesis pubblica solitamente ottimi libri; non si capisce il motivo di mandare in libreria un prodotto come questo, che non sembra essere stato nemmeno sottoposto al più elementare degli editing. La firma di Franzinelli non basta (e, anzi, anche su quella continuo a interrogarmi).

Comments

1
Ottima recensione. Purtroppo c'è una brutta aria generale di "cambiamento " in peggio.
1
Ottima recensione. Purtroppo c'è una brutta aria generale di "cambiamento " in peggio.