Il paradiso degli orchi
by Daniel Pennac
(*)(*)(*)(*)(*)(12,962)
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Ro.W's Review

Ro.WRo.W wrote a review
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Benjamin Malaussène mi somiglia? Così dice l'amica che mi ha consigliato di leggere le bizzarre vicende del personaggio di Pennac. Forse un po' ha ragione. Cioè, non è che io lavori come "capro espiatorio" in un grande magazzino nella Parigi degli anni '80 o abbia una serie di fratellini e sorelline disadattati/e di cui prendermi cura, però - come Benjamin - so essere iperbolico nei racconti e, a volte, disilluso ed eterodosso nei confronti dell'esistenza. So essere autoironico e vittimista, così come posso idealizzare le figure femminili fino a modellarle come più mi piace. Cosa c'entra tutto questo con il romanzo? Niente.
Anzi, in realtà un po' c'entra, perché se mi ci sono rispecchiato, in Malaussène, è perché Pennac impiega dispositivi che strizzano l'occhio alla narrativa fantascientifica per disegnare i contorni di personaggi vivi, carnali, reali. Un po' troppo postmoderni, forse, ma sinceri. E non è un merito da poco se si aggiunge che lo fa ricorrendo all'arma di un umorismo a volte un po' appiattito, ma comunque mai banale e sempre abbastanza sofisticato. La stessa arma che sfrutta per demistificare alcune delle manie della società contemporanea, tra cui l'irriducibile bisogno di trovare un colpevole del disordine in cui viviamo. Il paradiso degli orchi è un romanzo gradevole, insomma, che meriterebbe mezza stelletta in più e forse addirittura quattro (ma ho paura di far torto a qualcosa che ho letto o leggerò) e nel contempo non è niente più che un simpatico compagno di viaggio (forse perché l'ho letto per lo più in treno o in autobus). Che poi, a pensarci bene, in tempi di solitudine non è mica poco.

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Benjamin Malaussène mi somiglia? Così dice l'amica che mi ha consigliato di leggere le bizzarre vicende del personaggio di Pennac. Forse un po' ha ragione. Cioè, non è che io lavori come "capro espiatorio" in un grande magazzino nella Parigi degli anni '80 o abbia una serie di fratellini e sorelline disadattati/e di cui prendermi cura, però - come Benjamin - so essere iperbolico nei racconti e, a volte, disilluso ed eterodosso nei confronti dell'esistenza. So essere autoironico e vittimista, così come posso idealizzare le figure femminili fino a modellarle come più mi piace. Cosa c'entra tutto questo con il romanzo? Niente.
Anzi, in realtà un po' c'entra, perché se mi ci sono rispecchiato, in Malaussène, è perché Pennac impiega dispositivi che strizzano l'occhio alla narrativa fantascientifica per disegnare i contorni di personaggi vivi, carnali, reali. Un po' troppo postmoderni, forse, ma sinceri. E non è un merito da poco se si aggiunge che lo fa ricorrendo all'arma di un umorismo a volte un po' appiattito, ma comunque mai banale e sempre abbastanza sofisticato. La stessa arma che sfrutta per demistificare alcune delle manie della società contemporanea, tra cui l'irriducibile bisogno di trovare un colpevole del disordine in cui viviamo. Il paradiso degli orchi è un romanzo gradevole, insomma, che meriterebbe mezza stelletta in più e forse addirittura quattro (ma ho paura di far torto a qualcosa che ho letto o leggerò) e nel contempo non è niente più che un simpatico compagno di viaggio (forse perché l'ho letto per lo più in treno o in autobus). Che poi, a pensarci bene, in tempi di solitudine non è mica poco.