Il surrealismo e la pittura
by André Breton
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Pubblicato nel 1928, in un'epoca di fervida elaborazione e definizione del movimento surrealista, "Le surréalisme et la peinture" costituisce la prima summa del pensiero di André Breton sulla pittura. Tra pagine liriche e passi polemici lo scrittore e poeta, capofila del movimento, delinea qui la co... More

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AsclepiadeAsclepiade wrote a review
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"L'occhio esiste allo stato selvaggio" è l'incipit ex abrupto di questo piccolo scritto sulla pittura pubblicato da Breton nel 1928: ed è un incipit nel migliore stile del surrealismo; il prosieguo in realtà suona in genere assai più prosaico, ma con accensioni e impennate subitanee che sorprendono per il loro enigmatico lirismo: e d'altronde il saggio non è neppure un pezzo unitario, perché vi confluirono frammenti e note scritti per mostre di artisti amici, sebbene le cuciture siano così abili da rendere poco visibili i punti di passaggio. L'occasione alla stesura fu data da una delle tipiche diatribe interne al movimento surrealista, fra chi riteneva possibile una pittura surrealistica e chi la giudicava invece un controsenso, in quanto il necessario elemento tecnico peculiare del dipingere avrebbe ostacolato un vero automatismo del gesto; ma il problema di fatto era mezzo risolto, visto che fin dal 1925 i surrealisti avevano patrocinato una mostra di quadri, con opere, fra gli altri, di Ernst, Miró, Arp, Man Ray, Masson, Roy e de Chirico: Breton, ad ogni modo, seppe anche tagliare con eleganza la testa al toro, parlando sempre non di pittura surrealista, bensì di pittura fatta da surrealisti; sebbene dunque la poetica del movimento fosse stata concepita in effetti con riferimento alla parola scritta, si ammetteva che i medesimi suoi capisaldi potessero esser accolti anche nelle arti figurative, respingendo le finalità economiche e borghesi e privilegiando una lettura della realtà che desse spazio all’emersione dell’inconscio, all'elemento onirico, al deragliamento delle percezioni e all'anarchia degli accostamenti. Buona parte del testo però concerne l'analisi di singoli artisti più che ad affermazioni teoriche: e qui salta subito all'occhio il tipico settarismo dei surrealisti, come d'altronde di tutte le avanguardie novecentesche; Breton sembra invaso dallo spirito della scomunica, e, oltre a non risparmiare acidità nei confronti di artisti ancora legati al gruppo e in complesso elogiati, come Arp, Miró e Masson, o contigui ma non più apprezzati, come Braque, rovescia un vero torrente di contumelie sul "traditore" de Chirico, il quale pochi anni prima veniva salutato come modello e padre; appare viceversa esaltato Picasso, che da parte sua non si ritenne mai un surrealista: non invece Duchamp, del quale non parla mai; e ci sono anche gli assenti o per motivi cronologici (Dalì, che entrò nel movimento l'anno successivo, o Magritte) o semplicemente perché, con ogni probabilità, Breton non aveva voglia di occuparsene in modo dettagliato. Anche così, tuttavia, l'opera è di notevole interesse storico, formando un naturale complemento al Manifesto surrealista del 1924, e contiene notevoli osservazioni sui maestri che in qual momento erano più congeniali all'autore, come Man Ray e Tanguy.
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