Tokyo anno zero
by David Peace
(*)(*)(*)(*)( )(143)

All Reviews

23 + 5 in other languages
Alfonso76Alfonso76 wrote a review
02
(*)(*)(*)(*)(*)
Ho iniziato l’anno letterario con una vecchia conoscenza abbandonata per un po’, e chissà poi perché: David Peace mi aveva ammaliato e strabiliato anni fa con un quartetto di romanzi (il cosiddetto Red Riding Quartet) ambientati nello Yorkshire di fine anni Settanta e dedicati alle efferate vicende di un assassino seriale. Peace mi aveva poi convinto con Il maledetto United, uno dei migliori libri che siano mai stati scritti da quando ventidue uomini in mutande corrono dietro a un pallone.

Ci siamo persi di vista, ma è rientrato prepotentemente nella mia vita di lettore con Tokio anno zero: un romanzo ambientato nel Giappone dell’immediato secondo dopoguerra, in cui dominano i Vincitori (che impongono nuovi usi e costumi) mentre si incrociano le storie di un omicida seriale e quella di un investigatore, reduce dagli orrori della campagna nipponica in Manciuria, vero io narrante delle indagini.

Due parole vanno necessariamente spese sullo stile: Peace non è di facilissimo approccio, e Tokio anno zero conferma un talento cristallino e difficile persino da descrivere, fra continue ripetizioni onomatopeiche e il flusso di pensieri del protagonista che si intreccia inesorabilmente con lo sviluppo di una trama nerissima, costellata da episodi digeribili solo dallo stomaco più forte. Confesso di aver più volte distolto lo sguardo dalla pagina, in un paio di occasioni saltando proprio alcuni paragrafi di cui intuivo la devastante drammaticità. La forma – è importante sottolinearlo – non è “un trucco da quattro soldi” (citando Carver) ma il sostegno su cui si innesta un complesso intreccio di un passato da dimenticare, un presente di umiliazione nazionale e un futuro incerto.

Sullo sfondo, in una Tokio in piena ricostruzione, un popolo costretto a superare la divinità della sua guida, una dissoluzione morale ogni giorno più evidente, la miseria che serpeggia, droga, senso di colpa, abbandono.
KinKin wrote a review
00
(*)(*)(*)( )( )
UbikUbik wrote a review
43
(*)(*)(*)(*)( )
1946 ovvero “Nessuno è quello che dice di essere”
Benché possa sembrare incredibile, David Peace è riuscito nell’intento di spingere ancor più all’estremo la sua scrittura e il suo stile. Quello che già nei quattro libri del Red Riding Quartet si caratterizzava come una sorta di espressionismo ossessivo e angoscioso che poneva la coerenza del racconto in subordine all’effetto di spiazzamento e caos della narrazione e del mondo in essa descritto, ora è divenuto un magma inaccessibile e oscuro.

Trasferitosi a Tokyo una ventina d’anni fa, Peace ha scelto di ambientarvi il suo nuovo incubo delocalizzandolo temporalmente ad un anno fatidico per il Giappone, appena sconfitto e annichilito fisicamente e moralmente dall’esito catastrofico della Guerra Mondiale.

L’io narrante (e letteralmente delirante) è un reduce della campagna di Manciuria, i cui massacri tornano più volte alla memoria (e, per inciso, in tanta parte della letteratura e del cinema giapponese) come un orrore impossibile da rimuovere; ora egli agisce in un Giappone altrettanto devastato, nel ruolo di ispettore di polizia, una polizia lacera, scalcinata, priva di mezzi, falcidiata dalle epurazioni, divisa al suo interno, che si trova a fronteggiare un (dis)ordine pubblico ormai fuori controllo.

Nonostante il mestiere del protagonista ed il frenetico sovrapporsi di inchieste su omicidi seriali, di testimonianze e di interrogatori, “Tokyo anno zero” non è inquadrabile come romanzo poliziesco (categoria già stretta per “1974” e seguenti…) perché il filo dell’indagine è progressivamente stravolto e scardinato da una forma che si fa via via sempre più astratta alternando azioni reali o presunte tali ad incubi immaginati, pensieri paranoici a minacce concrete, vittime dall’identità sfuggente a probabili carnefici.

L’effetto di vertigine e di inafferrabilità della logica degli eventi è accentuato, per l’estenuato lettore occidentale, dall’uso dei nomi giapponesi reiterati come un mantra ossessivo: i colleghi dell’ispettore Minami e le giovani vittime certe o presunte sono elencati continuamente come uno scioglilingua che confonde e ipnotizza, così come i nomi dei quartieri e addirittura delle linee tramviarie e ferroviarie.

Quartieri e linee ferro-tramviarie che punteggiano quella che in definitiva è la protagonista assoluta del libro: Tokyo, città azzerata e rasa al suolo, metropoli popolata da un’umanità umiliata e terrorizzata, infestata e malata terminale, rassegnata e privata di tutto, perfino dell’identità: “Nessuno è quel che dice di essere…”
BigLebowskiBigLebowski wrote a review
01
(*)(*)(*)(*)(*)
E’ una Tokyo devastata e putrida quella descritta da Peace in questo primo episodio della annunciata trilogia giapponese. Una Tokyo che già dal titolo del libro strizza l’occhio a precisi riferimenti cinematografici e di attualità.
In effetti di cinematografico c’è molto. Impossibile non accompagnare la lettura del testo con le immagini delle camminate tra i ruderi del bambino di “Germania anno zero”. Ma altrettanto impossibile è non lasciarsi coinvolgere dal rapido flusso dei pensieri, dei ricordi e dei demoni del protagonista.

Agosto 1946. Siamo ad un anno dalla resa giapponese. Una resa che, ancor prima degli ultimi tragici eventi, ha fatto vacillare la fede del popolo giapponese verso il suo imperatore. Tokyo è una metropoli disfatta, sanguinante e lacerata. Spazzatura, cadaveri e penuria di cibo rappresentano, insieme alle macerie, elementi imprescindibili di una triste quotidianità. Gli abitanti sembrano ospiti di una nuova umanità, i Vincitori, e devono reinventarsi una nuova identità e futuro. L’ispettore Minami non fa eccezione. Viene coinvolto nell’indagine relativa al ritrovamento di due corpi di giovani donne stuprate e strangolate. Ma è solo l’inizio della discesa verso gli inferi. Un improvviso ed inarrestabile crollo fisico, psichico e di decoro che lascia poco spazio a gesti di umanità. Tra un calmante e l’altro, tra un insuccesso ed una infamia, i demoni di un passato neanche tanto remoto sembrano non voler offrire alcuna tregua. E Peace è bravo a rendere intelligibile questa doppia corsia della narrazione.

In questo turbinio di ossessioni Peace, che conosce bene il Giappone avendoci vissuto per tredici anni, riesce, ancora una volta, a catturare l’attenzione del sottoscritto. I suoi proverbiali incisi, le sue continue ripetizioni e citazioni mi hanno intrappolato e reso incapace di divincolarmi dal flusso di pensieri del protagonista.
Un’ulteriore conferma per una firma importante della narrativa di questi anni.

E a proposito del riferimento al film di Rossellini voglio ricordare le parole che il Maestro rivolge al piccolo Edmund “i deboli devono soccombere e i forti sopravvivere”. Sarà per Edmund l’inizio della fine.